Tra le gambe pendevan le minugia ;
la corata pareva e 'l triste sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco
guardommi, e con la man s'aperse il petto

dicendo : "Or vedi com'io mi dilacco!
Vedi  come storpiato è Maometto !
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto".

(dalla "Divina Commedia",Inferno, canto XXVIII, 25-33 )

PARTE I

CONOSCERE  L'ISLÀM

CAPITOLO  I

INTRODUZIONE  GENERALE

  

1.  ATTUALITÀ  DELL'ISLÀM

 

     L'islàm è in piena espansione; dal Senegal alla Nuova Guinea, per un raggio di circa 20.000 Km, i paesi islamici cinturano il globo; diverse centinaia di milioni di musulmani, (400 secondo alcuni, 800 secondo il giornale Le Point del 13 marzo 1984) ricchi del petrolio racchiuso nei loro deserti, ricchi dei figli che mettono al mondo, osteggiano la loro volontà di potenza, malgrado le guerre intestine che li dividono. In Francia, la presenza di parecchi milioni di immigrati di origine musulmana è un fenomeno che ci concerne direttamente.

 

      «(...) 400.000 di essi sono naturalizzati, e circa 40.000 francesi si sono convertiti all'Islàm. In Francia, fino a cinque anni fa, non si contavano che 23 moschee, mentre ora ne esistono 51; se si chiamano moschee, come è stato fatto con superficialità, anche le sale di preghiera ove si raccolgono questi musulmani, tale numero sale a circa 500 unità»[1].

 

     Ora, cosa incredibile, malgrado questi fatti, l'islàm è quasi sconosciuto. Certamente, a riguardo di questo soggetto, le opere abbondano, e forse la vita di un uomo non basterebbe per esaurirne la bibliografia. Una tale profusione scoraggia la persona non specializzata che desiderebbe disporre di una documentazione facilmente accessibile sui punti chiave dell'islàm... In qualche modo, la foresta nasconde l'albero...

 

 

2.  OBIETTIVO  E  LIMITI  DI  QUESTO  STUDIO

 

     L'islàm: che cosa si deve intendere con questo termine? Quale religione? Quale ideologia? Quale organizzazione della società? Quale volontà di conquista politica? Quali punti in comune - e quali differenze - con il cristianesimo? Quale specificità di fronte all'Occidente? Il presente studio vorrebbe dare a queste domande delle risposte elementari, qualche dato fondamentale, e alcune spiegazioni basilari che costituiscano un bagaglio minimo sull'argomento. Joseph Hours ha scritto:

 

      «Per studiare l'islàm, occorre stabilirsi al centro della sua ispirazione, e cioè nella sua nozione di Dio. Privi di questa luce, molti non-credenti hanno applicato a questa nuova materia dei metodi troppo vecchi. Essi si sono immersi nella filosofia e nella lingua araba, prestandovi eccessiva importanza, e si sono persi nei dettagli del diritto islamico (...). Troppo spesso il loro ateismo gli ha impedito di capire il fatto fondamentale che l'islàm è innanzitutto una religione»[2].

 

     La storia della sua propagazione, delle sue conquiste e dei suoi riflussi, quella delle dinastie successive dei califfi, dell'arte e della letteratura islamiche... costituiscono sicuramente tanti aspetti  degni di interesse, ma che non affronteremo in questo breve studio essenzialmente incentrato sul fatto religioso, e sul suo impatto sulle mentalità, sui costumi e sulle strutture attuali del mondo musulmano.

 

 

3.  PRINCIPALI  FONTI  UTILIZZATE

 

     Nel corso di questo studio, ci appoggeremo essenzialmente sui seguenti testi:

 

          Il Corano[3]

 

     In effetti, quale fonte più obiettiva che il libro sacro dei musulmani (dall'arabo «muslim»=participio del verbo arabo «salima»=«sottomettersi», il cui infinito sostantivo è appunto «islàm»)? Citeremo dunque il più sovente possibile molti tra i suoi versetti più idonei ad illustrare un determinato dogma, un determinato atteggiamento, o una determinata opzione dell'islàm. Per far ciò, utilizzeremo una delle traduzioni più apprezzate, ovvero quella di Arnaldo Fracassi.

 

          L'islàm, credo e istituzioni»[4]

 

     Avendo compiuto i suoi studi nel seminario di Gazir, ed essendo quasi sempre vissuto in Libano, il gesuita H. Lammens ha consacrato allo studio dell'islàm una lunga vita di ricerche e di contatti prolungati con l'ambiente musulmano. Inoltre - ed è questa una delle ragioni della nostra scelta - Padre Lammens s.j. è considerato dagli specialisti come un critico distaccato ed imparziale; ancora oggi, non esiste in materia un'autorità migliore per abbordare questo argomento.

 

          Il «Dialogo islamico-cristiano sotto il califfo Al Mamùn»

 

     Le più grandi biblioteche mondiali (Città del Vaticano, Beirut, Damasco, Dublino, Il Càiro, Leningrado, Parigi e Yale) conservano i manoscritti in lingua araba o in karsunì (arabo in caratteri siriaci) di uno scambio epistolare avvenuto sotto il regno di Al Mamùn, califfo di Baghdad, nel lasso di tempo che va dall' 813  all'834 della nostra era, ossia ad appena due secoli dalla nascita dell'islàm. Esso è composto da due lettere; nella prima, un musulmano (Al Hashimi) convinto scrive ad un suo amico cristiano (Al Kindi), esponendogli la dottrina dell'islàm e invitandolo a convertirsi. Nella seconda, il cristiano riprende punto per punto gli argomenti dell'amico per confutarli, ed espone a sua volta il cristianesimo, invitandolo ad aderirvi. Fin dal 1141, questi manoscritti furono tradotti in latino da Pietro di Toledo, su richiesta di Pietro il Venerabile, abate di Cluny. Essi furono successivamente tradotti in francese dal pastore Georges Tartar, professore di arabo. Oltre a queste fonti principali, citeremo, strada facendo, quegli autori che ci sembreranno utili per migliorare la comprensione di un determinato punto che analizzeremo.

 

 

CAPITOLO II

 

 

LA  CULLA  DELL'ISLÀM

 

 

1.    IL  QUADRO  GEOGRAFICO

 

     L'islàm è nato nell'Arabia occidentale, e precisamente nella regione che costeggia la penisola arabica ad est del Mar Rosso chiamata Hegiaz, una zona accidentata e montuosa, con qualche oasi generalmente poco fertile, caratterizzata da un calore opprimente e da lunghi periodi di siccità interrotti da piogge torrenziali, e che appartiene all'attuale Arabia Saudita.

 

2.    IL  QUADRO  UMANO

 

q   I beduini

 

     Come ai nostri giorni, a quel tempo i beduini costituivano l'immensa maggioranza della popolazione. Di razza e di lingua araba, essi erano dei pastori nomadi. Tuttavia, una parte di essi si era sedentarizzata nelle oasi ed in tre città di quell'epoca: Medina, La Mecca e Taif[5].

 

      «Malgrado le sue apparenze rozze, il beduino non è né un primitivo, né un barbaro. Egli apprezza la poesia. A partire dal VI secolo dell'era cristiana, il poeta occupa nella tribù, a fianco del capo, un posto a parte. Nondimeno, questa poesia è povera di immagini originali, di motivi religiosi o morali»[6].

 

     Per ciò che concerne le qualità morali, il Lammens reagisce contro «l'infatuazione delle ammirazioni romantiche»; egli vede nell'individualismo del beduino la fonte principale dei suoi difetti, e la causa della sua incapacità di fondare una forma stabile di potere e di organizzarsi.

 

       «Qualcuno ha detto che il beduino è coraggioso. Alcuni eruditi hanno attribuito i successi delle prime conquiste musulmane alla qualità eccezionale del suo valore»[7].

 

     Padre Lammens s.j. non condivide senza riserve tale opinione e sottolinea che, a questo riguardo, l'Autore del Corano non si fa alcuna illusione. Il beduino prova ripugnanza a combattere allo scoperto, e vede nel coraggio un'imprudenza gratuita, preferendo cogliere di sorpresa il suo nemico e facendo uso della fuga come di un semplice stratagemma bellico. Esso non pratica che la razzia, sempre che la razzia possa essere definita guerra. Ciò nonostante, la tenacità è la sua più incontestabile qualità. Essa gli ha forgiato un temperamento d'acciaio che gli permette di vivere e di prosperare ove tutto inaridisce.

 

 

q   Gli ebrei

 

     Essi si insediarono ripartendosi nelle diverse oasi (di cui possedevano la maggior parte), e nelle tre già citate  grandi città; in particolare, essi erano molto numerosi a Medina, dove costituivano oltre la metà della popolazione. Proprietari a Medina delle migliori tenute, del commercio e dell'industria, essi avevano come clienti gli arabi che guardavano dall'alto, come dei «gentili», dei «non-scritturali», nel senso che gli arabi non possedevano, al pari di essi, un libro rivelato.

 

 

q   I cristiani

 

     Meno numerosi e meno favoriti degli ebrei, i cristiani intrattenevano buone relazioni con gli arabi;  si trattava in buona parte di monaci ed eremiti, i quali godevano di una certa popolarità, e il Corano stesso riporterà persino l'eco di questa simpatia.

 

      «Tuttavia, essi appartenevano ad alcune sette eterodosse, e principalmente al giacobitismo8 , ed in seguito al nestorianesimo9, e a quel cristianesimo d'Abissinia fortemente intriso di elementi giudaici. Alla Mecca, Maometto sembra aver ricercato la loro compagnia. I contatti con questo genere di informatori, spiriti rozzi che parlavano una lingua straniera, e che conoscevano assai male la loro religione, i loro successivi disaccordi, le loro divisioni dottrinali ed altre circostanze, contribuirono a formare le idee che Maometto si fece dei dogmi e del valore del cristianesimo»10.

 

 

3.    IL QUADRO RELIGIOSO PREISLAMICO PRESSO I BEDUINI           DELL'HEGIAZ

 

 

     Qual'era il contesto religioso alla vigilia dell'entrata in scena di Maometto? Abbiamo appena visto le minoranze ebraica e cristiana. Per l'arabo, grazie anche ad alcune osservanze locali, la religione presentava due tratti caratteristici:

 

q       Politeismo e litolatria

 

     - Politeismo: esso venerava una dozzina di divinità, tra cui figurava una triade femminile (Allàt, Al'Uzzà e Manàt), elemento questo che denota una certa arguzia per una società in cui la donna era già tenuta in disprezzo ed in uno stato di inferiorità. Più oltre, vedremo come il Corano ironizzi su «coloro che attribuiscono figli ad Allàh (contrazione del vocabolo arabo al-ilàh=«la divinità» per eccellenza)».

 

       - Litolatria: (dal greco «culto delle pietre») essa consisteva nell'adorazione , molto popolare e predominante, delle «pietre sacre», ovvero di monoliti o blocchi erratici modellati dalle erosioni.

 

 

q   Un tempio pagano recuperato dall'islàm: la Caàba

 

     Situata alla Mecca, la Caàba (il «cubo» o il «dado») è un edificio rettangolare in pietra lavica di circa 10 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 15 di altezza, che sembra essere stato oggetto di un vero culto fin dagli inizi del primo millennio. In un angolo di questo edificio, è incastonata la «Pietra Nera» (probabilmente un meteorite di circa 30 cm. di diametro raccattato in passato tra le sabbie del deserto, che - secondo la tradizione musulmana - sarebbe stato posto nella Caàba dallo stesso Abramo), anch'essa venerata dai beduini litolatri di cui abbiamo già parlato. L'islàm si appropriò di questo santuario (la Caàba costituisce in un certo senso il cardine del pellegrinaggio rituale dei musulmani alla Mecca), facendone il perno e l'unico punto di incontro dei pellegrini musulmani di tutto il mondo.

 

 

4     IL QUADRO ECONOMICO E POLITICO

 

q   La Mecca, crocevia commerciale

 

     La «sterile vallata» della Mecca costituiva il passaggio obbligato per innumerevoli carovane che trasportavano pelli, spezie e diverse derrate provenienti da Oriente e dall'Arabia, dirette verso l'Africa del Nord.

 

      «Paradiso dei carovanieri, dei mediatori, dei cambiavalute, dei prestatori a pegno e dei banchieri usurai, [...] febbre di lucro, furore di speculazione... così condiviso che ben poche carovane o tutta la popolazione, uomini e donne compresi, non vi erano coinvolte». 

 

     Così Padre Lammens s.j. descrive questa piazza «borsista» ed il suo ronzio di alveare umano.

 

 

   Nessuna struttura politica

 

     Metropoli religiosa e commerciale dell'Hegiaz, essa vide dominare una tribù: i Coreiscìti (dall'arabo «Qurays»). Nessun governo propriamente detto, ma solo la «Mala», una sorta di assemblea di notabili, i più ricchi ed i più influenti. Notiamo anche l'esistenza di una specie di sindacato dei mercanti. Ma di fatto non esisteva nessuna struttura politica reale, giacché anche La Mecca  era dominata dai costumi e dai pregiudizi dell'arabo individualista.

 

 

 

 

 CAPITOLO III

 

 

il  fondatore: Maometto

 

 

1.    Le fonti storiche

 

     La vita di Abùl-Kàsim ibn Abd-Allàh, detto Maometto (dall'arabo Muhammad=«il glorificato») ci è nota:

 

     - Tramite il Corano (dall'arabo al-quràn=«recitazione ad alta voce», scritto nel 657 - ossia 25 anni dopo la sua morte - da Zàid ben Tabit, un suo discepolo), sebbene in maniera eccessivamente allusiva (non una sola volta il nome di Maometto vi è citato);

 

     - Tramite la «Sirah» o «Vita di Maometto» (scritta da Ibn Isham, morto nell'anno 833), di cui i musulmani hanno iniziato a raccogliere il materiale un secolo circa dopo la morte di quest'ultimo, e che è stato considerevolmente arricchito nel corso degli anni e dei secoli.

 

 

q   Lacune ed incertezze

 

       In effetti, la nostra conoscenza della personalità e della carriera del fondatore dell'islàm, non si fonda su alcuna certezza storica. La stesura della «Sirah», come abbiamo appena visto, è iniziata non meno di un secolo dopo la sua morte, e la maggior parte di essa è stata elaborata a partire da alcune vaghe quanto enigmatiche allusioni del Corano. Un gran numero di storici arabi, quali ad esempio Lahbani e Mahsudi, hanno raccontato la vita di Maometto. In Occidente, le prime opere su questo argomento sono apparse solamente verso la fine del secolo scorso (Krehl, Noldecke, ecc...). Tuttavia,

 

      «[...] lo studio critico delle tradizioni più antiche sembra dover modificare alquanto l'idea che fin qui ci si è fatti della vita e del carattere del profeta arabo»11.

 

     Noldecke, al termine di lunghi anni di studio, dichiarò di «rinunciare a scrutare il mistero della personalità storica di Maometto». Goldziher, un altro illustre islamologo, nella sua opera «Muhammadische studien» (1889-1890), dopo aver sottoposto i racconti della vita di Maometto ad una critica scientifica rigorosa, mise in luce

 

      «[...] il carattere tendenzioso di questi scritti, la cui unica fonte risiede in un'interpretazione più o meno esaustiva di versetti più o meno oscuri del Corano».

 

 

q   Realtà, leggende ed estrapolazioni

 

     Se gli autori musulmani della «Sirah» hanno spesso dato prova di possedere una viva immaginazione estrapolando a partire da «versetti più o meno oscuri del Corano», anche alcuni specialisti occidentali, dai quali pertanto ci si aspettava una più esigente obiettività, non sono stati risparmiati da questa stessa inclinazione. Tale fenomeno è sufficientemente frequente nella letteratura occidentale consacrata all'islàm, per cui ci attardiamo un istante citando un paio di esempi:

 

     - Primo esempio

 

     Sura LXXIV  (Il mantello)

     1.       «Tu che sei coperto col mantello!12 »

     2.       «alzati ed istruisci...» (F).

 

          Partendo da questi versetti, la tradizione musulmana conclude:

 

      «Un giorno Maometto si trovava sul Monte Hirà, allorché intese una voce che lo chiamava; non vedendo nessuno, egli alzò gli occhi e vide l'angelo Gabriele. Spaventato, rientrò in casa e disse alla sua donna: «Avvolgimi in un mantello». Fu allora che Gabriele discese nuovamente  e lo chiamò: «Tu che sei coperto col mantello!...».

 

     Così R. Blachère commenta questo versetto:

 

      «Colui che è coperto con un mantello»: senza alcun dubbio possibile, questa espressione designa il profeta in stato di estasi».

 

     Senza alcun dubbio possibile, in stato di estasi! Sulla traccia di Padre Théry, citato da don Bertuel13, e al quale dobbiamo questo esempio, ci si può interrogare circa il rigore scientifico di un tale commento.

 

     - Secondo ese~‚prðpò



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     2.       «Non ti abbiamo scaricato di un fardello?»

     3.       «Esso opprimeva le tue spalle col suo peso» (F).

 

     Così la «Sirah»:

 

      «Un compagno di Maometto che con lui custodiva gli armenti, vide un giorno due angeli gettare a terra il giovane Maometto, aprirgli il petto e togliere dal suo cuore una macchia nera».

 

     Ed ecco il commento di Emile Dermenghem14:

 

      «[Si tratta di una] morale basata su di un senso erroneo [...], ma la cui importanza sta a significare che ad appena 4 o 5 anni di vita il profeta venne lavato dal peccato originale, da cui solo Gesù e Maria15 erano stati preservati sin dalla nascita».

       È' lecito domandarsi chi, tra l'autore arabo della leggenda ed il Dermenghem, si spinga più lontano nell'audacia interpretatrice. E', dunque, alla luce di questi elementi e con le dovute riserve che ora andremo a passare in rivista i punti principali di ciò che si sa - o si ritiene di sapere - sulla personalità e sulla carriera del fondatore dell'islàm.

 

3.    LE  PRINCIPALI  TAPPE  DELLA  VITA  DI  MAOMETTO

 

q   Dalla nascita alla predicazione

 

     Secondo Padre Lammens s.j., la data di nascita di Maometto dovrebbe porsi verso il 580 (sempre che risponda a verità che egli non abbia superato la cinquantina), anziché verso il 570, data comunemente ritenuta giusta dalla maggior parte degli islamologi. A quell'epoca, la tribù araba dei Coreiscìti costituiva alla Mecca una specie di oligarchia commerciale, con un consiglio di notabili. La famiglia di Maometto - quella degli Hasimìti - pur facendone parte, era piombata nell'indigenza. Secondo la tradizione musulmana, tradizione che si fonda sul Corano, Maometto nacque «povero ed orfano»:

 

     Sura XCIII  (IL SOLE AL PIÙ ALTO DELLA SUA CARRIERA)

     1.    «Non eri tu orfanello? Non ti accolse nell'infanzia?»

     2.    «Ti ha trovato nell'errore; egli ti ha illuminato».

     3.    «Tu eri povero; egli ti ha arricchito» (F).

 

     - Infanzia e giovinezza

      

     L'orfano sarebbe stato raccolto dal nonno Abd-al-Mutallib (custode alla Mecca della «Sacra fonte di Zamzam», una sorgente che sgorga presso la Caàba, la cui acqua possederebbe, secondo i musulmani, qualità miracolose), ed in seguito dallo zio Abù Tàlib (il cui figlio Alì sposò più tardi Fàtima, una delle figlie di Maometto). Come mai Maometto, nato e cresciuto nell'ambiente politeista dell'epoca, giunse ad intraprendere una carriera come la sua? Cosa predispose tale evoluzione? Secondo Padre Lammens s.j.,

 

      «[Maometto] possedeva uno spirito riflessivo. Egli si interessava alle questioni religiose che lasciavano indifferenti i suoi scettici concittadini. Lo si scopre alla ricerca di un ideale religioso superiore a quello dei suoi contemporanei»16 .

 

     Torneremo in seguito su questo punto.

 

     - Maometto era analfabeta?

 

     Sì, afferma la tradizione musulmana, ed i musulmani vi intravedono una prova dell'origine divina del Corano; se Maometto non sapeva né leggere né scrivere, l'autore del Libro non può che essere stato lo stesso Allàh... Ecco un punto molto importante meritevole della nostra attenzione. Ancora una volta, l'islàm si basa su alcuni passi del Corano, di cui presentiamo la traduzione di M. Kasimirski:

 

     Sura VII  (ELARAF)

     157.      «Dì: sono l'interprete del cielo; la mia missione é divina. essa abbraccia tutto il genere umano. Non           c'è che Allàh, il sovrano del cielo e della terra, che da la vita e la morte. Abbracciate l'islamismo;            seguite il profeta analfabeta, che crede in Allàh, e camminerete sulla via della salvezza» (K).

 

     Sura LXII (IL VENERDÍ)

     2.    «È lui che suscitò, fra un popolo di illetterati, un apostolo scelto tra loro per spiegargli la             fede, purificarlo ed insegnargli la dottrina del Libro della sapienza. Prima di lui, gli arabi erano         sepolti in profonde tenebre» (K).   

 

     E' dunque chiaro che la versione di Kasimirski degli estratti di queste due Sure, non solo non contraddice la tradizione musulmana sull'origine divina del Corano, ma, al contrario, la rafforza. Ma ecco che tutto cambia con la versione di Régis Blachère, arabista contemporaneo, la cui traduzione da a questi versetti un senso ed una portata completamente diversi:

 

     Sura VII  (ELARAF)

     157-158.     «Dì: «Uomini! Io sono l'apostolo di Allàh [inviato] a voi tutti».

     158.        «[Da Allàh] che ha la sovranità dei cieli e della terra. Nessuna divinità eccetto                              lui! Egli è [colui che] fa vivere e fa morire. Credete in Allàh e nel suo apostolo,                                  il profeta dei gentili che crede in Allàh e nei suoi decreti! Seguitelo! Forse                                       sarete sulla retta via» (B).

 

     Sura LXII  (IL VENERDÌ')      

     2.    «E' lui che ha inviato, tra i gentili, un apostolo uscito da essi, che comunica loro i suoi                           «aya», li purifica, gli insegna la Scrittura e la saggezza. In verità [questi gentili] si      trovavano prima in                 uno smarrimento evidente» (B).

 

     Così, secondo Blachère, non bisogna leggere «il profeta analfabeta», ma «il profeta dei gentili», o meglio, «degli analfabeti», e cioè dei «non-scritturali», dei beduini che, a differenza degli ebrei e dei cristiani, non avevano ancora ricevuto le Scritture e non possedevano un Libro Santo... Per certi versi, seguendo questa tesi, Maometto, profeta dei «gentili», sarebbe stato il San Paolo dell'islàm. Numerosi islamisti occidentali hanno seguito Blanchère in questa traduzione. Occorre tuttavia sottolineare che l'ortodossia musulmana, nella sua stragrande maggioranza - ed è questo che ci interessa - si attiene ancora a quanto si diceva poc'anzi: Maometto era analfabeta; dunque, il Corano è di origine divina.

 

     - Difficoltà di traduzione dalla lingua araba

 

     Com'è possibile che due arabisti così quotati come Kasimirski e Blachère possano aver attribuito allo stesso vocabolo arabo un senso radicalmente diverso? Dopo il paragrafo precedente, non è possibile ignorare tale questione. Evidentemente, per un coranista occidentale razionalista (come del resto - anche se per ragioni ben diverse - per un cristiano), la tesi dell'origine divina del Corano è inaccettabile, e quindi, la traduzione di R. Blanchère dei summenzionati versetti soddisfa maggiormente lo spirito [dell'uomo moderno]. Nondimeno, non è lecito dubitare circa l'«onestà» intellettuale dei traduttori in questione, e, di conseguenza, il problema rimane irrisolto. Il Prof. E. F. Gautier ha riassunto il problema in questi termini:

 

      «Lo spirito orientale è completamente diverso dal nostro. I vocaboli della lingua araba ed i concetti che essi rendono, non corrispondono mai esattamente ai nostri vocaboli e ai nostri concetti. Tradurre dall'arabo al francese, o in qualunque lingua occidentale è una fatica che non può essere minimamente rapportata ad una traduzione da una lingua occidentale ad un altra lingua occidentale. Gli orientalisti sono fin troppo coscienti di questa difficoltà, con la quale sono in perpetuo contatto, e la evitano per prudenza limitandosi ad una traduzione letterale. Ciò premesso, è evidente che gli storici arabi sono doppiamente inaccessibili: sia in sé stessi, che tramite i loro traduttori»17.

      

     E. F. Gautier, ci fornisce quindi una spiegazione (anche se di parte) circa le innumerevoli oscurità che ci confondono nel Corano, opera già intrinsecamente confusa, e spesso incoerente in innumerevoli passi. Egli ci illumina anche sulle diversità, talvolta considerevoli, che constatiamo tra le differenti traduzioni del Corano attualmente in commercio. Ci si può domandare se alcuni traduttori non usino, o non abusino un po', onde adeguare a loro piacimento il senso e la portata dei versetti alle loro tendenze personali, o all'immagine che essi vogliono dare del messaggio islamico... E' per tale motivo che, a nostro avviso, quando si esamina questo o quest'altro concetto del dogma musulmano, occorre sempre sforzarsi di verificare se il senso fornito dalla traduzione concorda con i fatti, e cioè, nel modo in cui il musulmano percepisce, vive concretamente e mette in pratica questo punto del dogma. La constatazione di E. F. Gautier spiega infine, più in generale, la difficoltà esistente ad intendersi in maniera chiara e precisa con interlocutori arabi, dal momento che si tratta di parlare di tutt'altra cosa che della pioggia o del bel tempo, difficoltà che, per esempio, conoscono bene coloro che, per via della loro professione, sono abituati a trattare con degli arabi, e ad accordarsi sui termini e sulle clausole di un contratto.

 

 

       - Primo matrimonio di Maometto

 

     Maometto si sposò nell'anno 595 all'età di 25 anni. In un paese in cui le ragazze vengono considerate nubili molto presto, si rimane sorpresi nell'apprendere che il giovane beduino sposò in prime nozze Cadìgia (555-620), una ricca vedova della Mecca che aveva già passato la quarantina. Come osserva Padre Lammens s.j., i beni portati in dote dalla sua sposa lo liberarono dalle preoccupazioni materiali che, sin dalla nascita, sembravano dover essere il suo destino. Il manoscritto di Al Kindi descrive questa fase della carriera di Maometto in questi termini:

 

      «Poi, egli crebbe in questa situazione (povero ed orfano), fino al momento in cui entrò come cammelliere al servizio di Cadìgia, figlia di Huwaylid, alle cui dipendenze lavorava. In seguito, tra lui e Cadìgia nacque qualcosa, ed egli'|`O¡Ýçsò per la ragione che tu ben conosci»18

 

     E' piccante notare che in una società in cui la donna era già ritenuta di gran lunga inferiore all'uomo, e nella quale la nascita di una figlia veniva considerata una sventura, il padre dell'islàm non abbia generato che figlie; ciò nonostante, egli riaffermò questa convinzione anche nella religione da lui più tardi fondata. In realtà, la coppia ebbe anche dei figli maschi (sembra due o tre), ma che morirono alla nascita, e solo quattro figlie sopravvissero, tra cui Fàtima. Torneremo più avanti sulla discendenza di Maometto e sul suo legame con lo scisma sciita.

 

 

q   Gli inizi della carriera religiosa di Maometto

 

     - La vocazione

 

     E' verso l'età di trenta, o forse quarant'anni che, secondo Padre Lammens s.j., prende inizio la carriera religiosa di Maometto. Su questo punto, la tradizione si fonda sul seguente versetto del Corano:

 

     Sura X (GIONA)

     17.       «Se Allàh avesse voluto, non vi avrei letto i suoi comandamenti, e non ve li insegnerei.                         Non ho forse vissuto tra di voi senza farlo fino all'età di quarant'anni?» (K)

 

     Più cauto in merito all'età in cui Maometto iniziò la sua carriera, R. Blachère così traduce questi versetti:

 

            «Dì: Se Allàh avesse voluto, io non vi avrei trasmesso questa predicazione, ed egli non ve         l'avrebbe fatta conoscere. Ho abitato con voi per una vita, prima di dare inizio a questa          predicazione. Come? Non capite?»

     E così - nota Padre Lammens s.j. - a riguardo delle circostanze precise che hanno gradualmente condotto Maometto a considerarsi come investito di una missione di predicatore e di moralista, elevato in seguito al rango di profeta, non possediamo che le vaghe e misteriose allusioni del Corano, trascritte ed arricchite di dettagli in seguito, negli innumerevoli e pittoreschi aneddoti della «Sirah».

 

         «Disgustato dal grossolano feticismo e dal materialismo dei Coreìsciti, egli abbracciò il monoteismo e la fede nel dogma della resurrezione della carne. Su questi dogmi si trovava d'accordo con gli ebrei e con i cristiani, persuaso che, come non esiste che un unico Dio, non deve sussistere che un'unica rivelazione, al di fuori della quale non potevano certamente essere stati lasciati proprio gli arabi; egli si credette dunque chiamato a predicare la verità tra i suoi compatrioti e nella loro lingua. Si trattava di un ruolo modesto che si limitava nel dare una redazione araba della rivelazione universale, adattata ai bisogni di ciascun popolo».19

 

 

     - Le influenze: giudaismo e nestorianesimo

 

 

     «Maometto fu nutrito di spirito ebraico».

 

     Questa asserzione dello storico ebreo Bernard Lazare20, diventa subito lampante a chiunque sfogli il Corano, un libro profondamente ispirato - se non impregnato - dal giudaismo. E' fuor di dubbio che Maometto frequentò a lungo ed interrogò, soprattutto agli inizi della sua carriera religiosa e grazie anche ai suoi viaggi, degli ebrei o dei rabbini, dai quali cercò di trarre degli elementi per dare un fondamento alle sue nascenti convinzioni. Perché, ed in seguito a quali circostanze egli fu in seguito condotto a prendere le distanze da costoro, per poi finalmente creare un sistema religioso tutto suo? Questo rimane uno dei punti non ancora ben chiariti di questa storia. Tuttavia, l'impronta ebraica contrassegnò in modo indelebile sia contenuto religioso dell'islàm, che le pagine del Corano. Per convincersene, sarà sufficiente seguirà quanto via via esporremo nelle pagine a seguire. Il lettore interessato a questo aspetto primordiale di questo tema, potrà consultare con profitto le opere di Padre Théry. Ai nostri giorni, le sue opere sono pressoché introvabili, anche in biblioteca, ma l'essenziale delle sue tesi sulle origini giudaiche dell'islàm, è stato ripreso da don Bertuel21 in una forma accessibile al grande pubblico, pur restando ricca e documentata. Il manoscritto di Al Kindi non fa mistero della presenza di alcuni ebrei al fianco di Maometto, e di un monaco nestoriano22 che avrebbe cercato di conquistare alle sue idee Maometto. Questo monaco si faceva chiamare Nestorio, come il suo maestro, ma...

 

     «[...] quando la causa del cristianesimo si sviluppò e fu sul punto di riuscire, Nestorio morì. Allora, sorsero Abd Allàh ben Sallàm e Kab, soprannominato Al-Akbar, due ebrei che agirono con astuzia e malizia al fianco di Maometto, lasciando credere che lo avrebbero seguito e che avrebbero adottato la sua dottrina. Essi perseverarono nella loro scaltrezza e nel loro stratagemma, dissimulando il loro vero pensiero e tenendolo segreto fino alla prima occasione favorevole dopo il suo trapasso. In effetti, alla morte di Maometto, quando le genti abbandonarono l'islàm, ed il potere pervenne ad Abù Bakr (che Alì b.Abì Talib non volle riconoscere), questi due ebrei compresero che alla fine avevano ottenuto ciò che avevano cercato e voluto segretamente»23.

     Questi due ebrei - prosegue Al Kindi - avrebbero allora mostrato ad Alì il suo brillante avvenire di «profeta» sulla scia di Maometto, ma Alì, influenzato da Abù Bakr, rinunciò.

 

      «[Allora] i due ebrei si impadronirono del libro che possedeva Alì, che aveva avuto dal suo maestro, e che era stato scritto nel senso del Vangelo. Essi vi introdussero dei racconti della Toràh24 , ed alcune delle sue leggi»25.

 

q       Principali tappe della carriera religiosa di Maometto

 

     La carriera religiosa di Maometto propriamente detta, può essere suddivisa in tre fasi:

 

        10-622.......................................................................     ...  Primo periodo meccano.

        22-629.................................................................     .........     Periodo medinese.

        29-632..........................................................................  Secondo periodo meccano.

 

 

     - Primo periodo meccano

 

     Uomo maturo, ormai nell'agiatezza dovuta alle ricchezze di Cadìgia, avendo acquisito, come si direbbe oggi, un certo standing mediante questo matrimonio che gli permise di entrare a far parte della borghesia meccana, Maometto acquistò sicurezza, e, le sue prime convinzioni religiose si fecero più chiare e forti. Egli si sforzò dunque di propagarle e di farne partecipi i suoi concittadini. Come abbiamo visto in precedenza, egli incentrò la sua predicazione sul monoteismo e sulla resurrezione della carne; ma, assai presto, egli si scontrò con lo scetticismo dei meccani... Certamente, egli godeva ancora di un certo rispetto, dovuto alla considerazione di cui godevano Cadìgia e la sua famiglia, ma non è difficile immaginare il coro dei sogghigni e delle burle alle sue spalle; non lo avevano forse conosciuto come un piccolo e misero orfano, ed in seguito, come un semplice commesso di Cadìgia che, prima del suo matrimonio, percorreva le piste con le sue carovane? In poche parole: chi era costui? Chi lo autorizzava a prendersi gioco dei predicatori (pagani)? Chi si credeva di essere? Il sarcasmo dei suoi avversari fu principalmente diretto contro la sua tesi sulla resurrezione dei corpi e contro le sue predicazioni riguardanti gli increduli meccani. Tuttavia, a questo scetticismo subentrò ben presto una vera e propria crescente ostilità. Su questo periodo della vita di Maometto, il manoscritto di Al Kindi ci illumina più crudamente:

 

      «Allorché divenne potente, grazie agli averi della sua donna, egli bramò di regnare e di dominare sulla sua tribù e sul suo paese. Poi, constatò che ciò non era possibile, in quanto, essendo vissuto per molto tempo nell'indigenza, poche erano le persone che lo seguivano [...]. Quando si stancò di aspettare che si avverasse quanto anelava, egli pretese di essere un profeta ed un apostolo inviato dal Padrone dell'Universo [...]. Essi erano degli arabi nomadi, e non capivano nulla né dell'apostolato, né dei segni di profezia, poiché nessun profeta era mai stato inviato loro: Fu lì che si svolse l'insegnamento di un uomo che li istruiva, di cui noi diremo il nome e racconteremo la storia in u  altro punto della nostra lettera [...]. In seguito, egli scelse per compagni delle persone oziose, dedite alla razzia, di quelli che taglieggiano i viaggiatori [...]. Cominciò ad inviare delle spedizioni nei luoghi dove vanno le carovane cariche di merci [...]. Queste persone le intercettavano lungo il tragitto, si impossessavano delle merci e massacravano gli uomini. La situazione divenne critica: cosa sarebbe successo?»26

 

 

 

     - Il periodo medinese

 

     Secondo Padre Lammens s.j.,

 

      «[...] alcuni incontri occasionali misero Maometto in comunicazione con degli arabi di Medina27, di passaggio alla Mecca, i cui rapporti con i loro concittadini ebrei avevano reso più ben disposti verso le sue idee religiose»28.

 

     Forse che Maometto pensava di trovare a Medina un uditorio più interessato alla sua predicazione, e un clima più favorevole alle sue tesi? Decise di lasciare spontaneamente La Mecca, o ne fu cacciato dai suoi concittadini? Secondo la lettera di Al Kindi,

 

   «[...] la sua prima partenza fu dovuta a questa ragione (ovvero, come abbiamo visto più sopra, a causa delle razzie e delle aggressioni che avevano provocato l'ostilità dei meccani)... [Maometto] aveva a quel tempo 53 anni, dopo che alla Mecca aveva preteso per tredici anni di essere un profeta. Egli partì con i suoi compagni che lo frequentavano e si erano legati a lui in numero di quaranta uomini. Egli aveva subito tutti i generi di tribolazioni e di angherie da parte di quei meccani che lo conoscevano e che adducevano come scusa la sua pretesa profezia, ma nel loro intimo lo facevano a causa del fatto certo che, sulle strade, egli si dava al brigantaggio»29.

 

     Sia quel che sia, Maometto ed i suoi primi compagni lasciarono la loro città natale nel 622 per andare a Medina. Ma tralasciamo per un istante questo rapido sguardo alla carriera del fondatore dell'islàm, per soffermarci su quest'episodio di capitale importanza.

 

 

     - L'anno 1 dell'islàm: l'«égira»

 

     L'esodo dalla Mecca inaugurò l'«égira»30. Essa rappresenta il punto di partenza dell'era musulmana, istituito ufficialmente 17 anni dopo dal califfo31 Omar, e che si ritiene abbia avuto inizio il 16 luglio dell'anno 622. Riteniamo, dunque, che il 622 sia l'anno 1 del calendario musulmano32, ma ciò che conta è sottolineare che con l'«egira» si ha un'evoluzione importantissima. Secondo Padre Lammens s.j., più che una semplice emigrazione geografica, l'«égira» assegnò a Maometto un nuovo ruolo:

 

      «Nella carriera di Maometto, l'égira segna un cambiamento... interessante: l'evoluzione politica dell'islàm. Maometto, dapprima predicatore monoteista, ed in seguito profeta, diventa capo di stato. Nel vecchio diritto arabo, l'égira non significava solamente la rottura con la sua città natale, ma equivaleva ad una specie di dichiarazione di guerra. Su questo punto, il sindacato meccano non si ingannava. Fino a quel momento la parola d'ordine per i discepoli di Maometto era stata quella di «tenere duro» in mezzo alle contrarietà, e di non fare uso che di mezzi pacifici di persuasione. La gihàd33 era una guerra spirituale. A Medina si aprì un periodo di azione, e venne raccomandato di lottare con le armi sino che l'islàm non avesse preso il sopravvento»34.

 

     A Medina, la predicazione di Maometto ottenne maggior successo, e raccolse rapidamente tra i pagani un certo numero di discepoli (sembra numerose centinaia): erano gli Ansar (=gli «ausiliari») mentre i meccani convertiti che avevano seguito il maestro a Medina erano i Muhagirun (=gli «emigrati»). «Emigrati» e «Ausiliari» formavano i ranghi della futura aristocrazia dell'islàm. A Medina, dunque, mentre le conversioni andavano moltiplicandosi, Maometto, la cui influenza cresceva di giorno in giorno, tentò di consolidare la sua autorità nascente; egli cercò per mezzo di un trattato abilmente redatto, di farsi arbitro tra i musulmani, gli ebrei ed i pagani di Medina, e di far confluire tutte le contestazioni davanti al suo tribunale. In tal modo, egli preparò gli animi ad accettare la sua supremazia religiosa e politica. Tuttavia - prosegue Padre Lammens s.j. - ciò significava non tenere conto dell'ostinazione e dell'orgoglio degli ebrei, che egli aveva cercato di avvicinare alle sue tesi, in quanto fortemente convinto di attingere alla loro stessa fonte della rivelazione35. Ciò nonostante, i disaccordi dottrinali si fecero presto strada, in quanto gli ebrei professavano il principio secondo cui la profezia era un privilegio esclusivo di Israele, rifiutando pertanto le pretese del profeta «gentile».

 

     Alla fine, Maometto li dichiarò «i peggiori nemici dell'islàm», lottò apertamente contro di essi, espulse i clan più deboli, di cui uno - quello di Banù Quràyza - vide i suoi 600 uomini validi, massacrati fino all'ultimo, e donne e bambini venduti come schiavi36. Un'intesa non fu nemmeno possibile con i cristiani: Maometto, dopo averne lodato le benevole disposizioni d'animo e l'assenza di orgoglio - il Corano ne conserva l'eco - ruppe anche con essi, non avendoli trovati più arrendevoli degli ebrei. Ma Maometto non aveva dimenticato La Mecca, la sua città natale; è contro di essa che egli scagliò in seguito i più portentosi ardori della «gihàd». Da semplici raid, gli attacchi contro i meccani e contro le loro carovane si mutarono con il tempo in vere e proprie battaglie; dopo la vittoria di Badr37 (nel gennaio del 624), e gli insuccessi di Uhud38