Tra le gambe pendevan le minugia ;
la corata pareva e 'l triste sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco
guardommi, e con la man s'aperse il petto

dicendo : "Or vedi com'io mi dilacco!
Vedi  come storpiato è Maometto !
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto".

(dalla "Divina Commedia",Inferno, canto XXVIII, 25-33 )

PARTE IV

CAPITOLO  VI

 

 CULTO ED ISTITUZIONI

 

1.       INTRODUZIONE

 

     Dopo le difficoltà che abbiamo incontrato nel tentativo di definire la teologia dell'islàm (molto più complessa e, allo stesso tempo, molto più confusa di quel semplice monoteismo che talvolta si tenta di far credere), questo capitolo dovrebbe apparire meno arduo al lettore. In effetti, il culto, gli obblighi religiosi dell'islàm, e - in una certa misura - le sue istituzioni, sembrano molto più semplici da presentare.

 

2.    IL  CULTO - GLI  OBBLIGHI  RELIGIOSI

 

q   I cinque pilastri dell'islàm

 

     I doveri religiosi essenziali del musulmano sono cinque. Data la loro gravità, essi vengono chiamati i «pilastri» (in arabo «arkàn») dell'islàm. Essi obbligano il musulmano sotto pena d'infedeltà, e sono:

 

        La professione di fede («shahàda»);

        La preghiera rituale («salàt»);

          L'elemosina («zakàt»);

        Il digiuno nel mese di ramadàn («sawàn»);

     Il pellegrinaggio alla Mecca («hagg»).

 

     A questi conviene aggiungere «il sesto pilastro»:

 

        La guerra santa («gihàd»).

 

     - La professione di fede

 

     Si tratta di una formula: «Allàh è Allàh (Allàh è unico) e Maometto è il suo profeta» (in arabo «rasùl»=il suo inviato). La prima parte di questa breve formula, colloca l'islàm nel gruppo delle religioni monoteiste, mentre la seconda lo contraddistingue affermando la missione profetica di Maometto. Pronunciarla con fede è il primo atto di ogni convertito132.

 

     - La preghiera rituale

 

     Essa è di tre specie:

        La preghiera individuale libera.

     Ogni credente può, in qualsiasi momento, indirizzarsi ad Allàh, senza formule o riti particolari.

 

        Le preghiere rituali («salàt»).

 

     «La tradizione ha fissato il numero di 5 «salàt» quotidiane: quella dell'alba, quella di mezzogiorno, quella tra mezzogiorno ed il tramonto, quella del tramonto, e quella della notte fonda»133.

 

     Dovendo essere eseguite in stato di purezza rituale, esse sono precedute da abluzioni ed accompagnate da riti la cui minuzia è indubbiamente imparentata con il ritualismo cavilloso e farisaico del giudaismo. Il fedele dev'essere girato in direzione della Mecca («qibla»). Egli si inginocchia e si prosterna su di un tappeto, su cui vengono spesso ricamati alcuni versetti del Corano134.

 

        La preghiera collettiva del venerdì

     Essa viene fatta alla moschea, a mezzogiorno, ed è obbligatoria per ogni maschio adulto (le donne non vi partecipano, benché l'accesso alle moschee non sia loro interdetto). Essa è preceduta da allocuzioni pronunciate in arabo dal presidente dell'assemblea (in arabo «khatib»=«portavoce» o «oratore»). Negli stati musulmani, tale compito viene assolto dal capo di Stato.

 

     - L'elemosina

 

     È una specie di tassa sul patrimonio, il cui importo è soggetto ad una precisa regolamentazione. Essa dev'essere destinata a scopi umanitari (ai poveri e agli orfani), ai volontari della guerra santa, o ai potenziali convertiti all'islàm. È forse tale obbligo che ha contribuito ad inculcare nei musulmani questa disposizione d'animo che ben conoscono coloro che li hanno frequentati: in un contesto normale, nella routine della vita quotidiana abituale, quando nessun disordine (terrorismo, agitazione politica, ecc...) viene a turbare i rapporti umani, il musulmano è per sua natura caritatevole, accogliente e generoso.

 

     - Il digiuno

 

     Il digiuno dura un mese. Esso è unicamente diurno. Il credente deve astenersi totalmente dal cibo, dal bere, dal tabacco e dai rapporti coniugali. Giunta la notte, tutto ridiventa permesso. Esso comincia all'alba e termina al tramonto; diversi mezzi vengono impiegati («i muezzin», i colpi di cannone, ecc...) per dare il segnale dell'inizio e della fine della giornata di digiuno135. Alcune dispense temporanee sono previste per i casi di malattia, di viaggio, di guerra santa, ecc..., ma si deve poi recuperarli con altrettanti giorni di digiuno supplementare136.

 

     - Il pellegrinaggio

 

     Esso si effettua nell'Hegiaz, e in special modo alla Mecca. Salvo dispensa (per i minorenni, per le donne prive di accompagnatore, o se incombono gravi pericoli), il pellegrinaggio è obbligatorio. Vestito di un indumento speciale, il pellegrino, costretto a determinate astinenze, effettua un itinerario rituale che lo porta in diversi santuari (al piccolo villaggio di Minà e alla valle di Arafat), compresi alcuni giri da farsi attorno alla Caàba. L'ottemperanza a quest'obbligo religioso gli consentirà, in seguito, di fregiarsi dell'invidiato titolo di «haggi» (=«pellegrino»), che egli potrà anteporre al proprio cognome. Il pellegrinaggio alla Mecca costituisce il solo centro di raduno e di coordinamento dell'islàm ortodosso mondiale, e si stima sia compiuto da circa il 10 % dei musulmani.

 

q   Il sesto pilastro: la guerra santa o «gihàd» (=«sforzo», «impegno»)

 

     - Il suo posto nell'islàm merita un approfondimento particolare

 

     Al termine del nostro breve escursus sulla vita di Maometto, abbiamo sottolineato l'originalità dell'islàm, che ammette - anzi esalta - l'impiego della forza, della «gihàd», a scopo proselitistico. Essendo un elemento tipico dunque dell'islàm, la guerra santa merita che le consacriamo questo capitoletto, nel tentativo di comprendere più capillarmente il suo reale significato e le condizioni necessarie per il suo esercizio; ciò tanto più che la «gihàd» continua ad essere sempre più un argomento di estrema attualità di cui spesso parlano anche i media.

 

     - Un pleonasmo nocivo: la «gihàd islamica»

 

     Da alcuni anni a questa parte, e specialmente con l'avanzare del terrorismo internazionale, si sente sempre più frequentemente parlare di «gihàd islamica». In realtà, non si tratta di «gihàd islamica», ma di gihàd senza aggettivi, in quanto questa particolarità è specifica unicamente dell'islàm . Che degli adepti dell'islàm siano - o meno - dietro a questi attentati terroristici non è cosa che ci interessi ai fini di questo studio. Ciò che vogliamo mettere in rilievo è che la banalizzazione di questo pleonasmo annida a poco a poco negli spiriti l'idea che la «gihàd» (in realtà, la gente ne ha un concetto molto grossolano) sia una pratica comune a tutte le religioni; la prova di questa asserzione sta nel fatto che si parli di «gihàd» musulmana. Da una tale argomentazione, scaturisce la necessità di una precisazione da parte nostra su questo punto.

 

q   Nozioni preliminari: il quadro della «gihàd»

 

     Per meglio comprendere il concetto musulmano di «gihàd», conviene enunciare subito tre concezioni proprie dell'islàm, che costituiscono in qualche modo le condizioni nelle quali grava l'obbligo della guerra santa. Esse sono:

 

        La divisione del mondo in «Dar el-islàm» ed in «Dar el-harb»;

        La «ummàh» (la comunità islamica mondiale);

        I rapporti con gli scritturali (gli ebrei ed i cristiani).

 

     - La divisione del mondo in Dar el-islàm ed in Dar el-harb

 

     Per l'islàm, il mondo è diviso in due parti:

 

        Il «Dar el-islàm» («dar»=«dimora», o, per esteso, «paese»): sono le regioni del mondo in cui regna già il diritto musulmano (Arabia Saudita, Algeria, Libia, Marocco, Egitto, Iran, ecc...).

 

        Il «Dar el-harb» («harb»=«guerra»): è costituito dalle altre regioni, considerate dai musulmani territorio di guerra. Tali zone, così come i beni dei loro abitanti, appartengono per diritto all'islàm, e si dovrà tentare tutto il possibile per farle rientrare nel Diritto non appena le circostanze lo permetteranno. Si tratta di una semplice questione di opportunità137. In realtà, si tratta dello stesso concetto attuato nelle colonie e nei protettorati europei (di un tempo); è evidente che questi territori, il regime non-musulmano è un'anomalia. Non si deve tollerarlo che per quel lasso di tempo in cui non si potrà fare altrimenti138.

 

     - L'«ummàh», comunità mondiale islamica

 

     Con «ummàh» (termine arabo che significa «madre» in senso carnale, e quasi uterino), viene designata la comunità mondiale islamica dei musulmani; la sua unificazione è, come abbiamo appena visto, la grande ambizione dell'islàm. La riunificazione mondiale dell'islàm urta contro due ostacoli che ne impediscono la realizzazione:

 

        Il risveglio dei nazionalismi:

     Musulmani entrambe, nazioni come, per esempio, il Marocco e l'Algeria sono separate da interessi economici, politici, militari diversi ed opposti.

 

        Le differenze etniche:

     Esse sono più sensibili mano a mano che l'islàm si estende a delle razze non arabe; che cosa c'è in comune - fuorché la religione - tra un musulmano dell'Arabia Saudita ed un suo correligionario dell'Indonesia? Non certamente il sangue arabo, né gli usi ed i costumi, per esempio. L'«ummàh» è una forma di solidarietà «contro i non musulmani» piuttosto che tra i musulmani stessi. Divisi tra loro, i musulmani si ritrovano uniti per combattere un avversario comune, soprattutto se essi lo annoverano nel numero degli «infedeli»; è il caso, ad esempio, del Libano, i cui Stati confinanti musulmani, nonostante siano divisi a causa di alcune divergenze, fanno - apertamente o subdolamente - causa comune contro i cristiani o, nel migliore dei casi, si astengono dal condannare le violenze di cui sono vittime. Tale fenomeno fu riscontrato anche in certi conflitti sociali esplosi all'interno dell'industria automobilistica francese alcuni anni fa; mosaico etnico a prevalenza musulmana, il personale era costituito prevalentemente da marocchini, tunisini, algerini, mauritani e turchi, spesso divisi nella vita di tutti i giorni da gelosie e da antipatie ancestrali. La C.G.T. (un sindacato francese N.d.R.) riuscì così bene nel realizzare l'unione utilizzando il catalizzatore religioso (sic!), che tutti gli operai si schierarono contro la direzione della fabbrica139, contro i quadri direttivi, contro la maestranza e, più o meno consciamente, contro il cattolicesimo.

 

     - I rapporti con gli «scritturali» (ebrei e cristiani)

 

     Il Corano è talvolta testimone della simpatia accordatagli

 

     Sura II  (LA VACCA)

     59.   «Certo, i musulmani, i giudei, i cristiani e i sabei140, che credono nel Signore e all'estremo giorno e                 operano il bene, ne riceveranno la ricompensa dalle sue mani: essi saranno esenti dal timore e dai                      supplizi» (F).

 

     M. Kasimirsky da sfoggio, in una lunga nota, della sua erudizione per dimostrare che bisogna guardarsi dal concludere da questo versetto che tutti gli uomini saranno salvi, purché essi credano nell'unità divina, nella vita futura e compiano buone opere, ma al contrario:

 

      «Qualunque sia il vero significato del versetto in esame, il sentimento generale dei dottori musulmani è che esso sia abrogato dal versetto III, 79141, e da altri passi del Corano in cui la fede in Allàh, nella vita futura e nella missione di Maometto è considerata indispensabile per conseguire la salvezza».

 

     Ancora una volta, sottolineiamo che ciò che conta nel farsi un'idea esatta di ogni punto-chiave dell'islàm, è conoscere la percezione che ne hanno i musulmani stessi, e non ciò che possiamo soggettivamente dedurre dai versetti del Corano, spesso così difficili da interpretare e da tradurre (o «abrogati» da altri versetti N.d.T.).

 

     Tuttavia, l'ostilità verso gli ebrei e verso i cristiani domina nel Corano

 

     Sura III  (LA FAMIGLIA D'AMRAM)

     106.   «[Voi musulmani] siete il popolo migliore dell'universo intero. Ordinate la giustizia, punite il delitto e           credete in Allàh. Se i giudei ed i cristiani sposassero la vostra fede, avrebbero un destino migliore.               Taluni di loro credono, ma la maggior parte sono perversi» (F).

 

     Sura V  (LA TAVOLA)

     56.   «O credenti! Non stringete legami con i giudei e con i cristiani. Lasciate che essi si uniscano. Chi li         accetterà come amici diverrà simile ad essi, e Allàh non è la guida dei malvagi» (F).

 

       Sura V  (LA TAVOLA)

     62.   «O credenti! Non collegatevi con i cristiani, con i giudei e con gli empi che fanno del vostro culto             l'oggetto delle loro beffe. Temete Allàh, se siete fedeli» (F).

 

     Dopo queste citazioni, affrontiamo il tema della «gihàd».

 

q   La Guerra Santa

      

     - Obbligo per i credenti

 

      «La guerra contro i non-musulmani [...] ha finito col diventare il «sesto pilastro» dell'islàm. Quest'ultimo deve ad essa la sua espansione, nella quale «la missione» o propaganda regolarmente organizzata ha giocato un ruolo pressoché irrilevante [...]. Essa continua ad essere considerata - al contrario del «dovere personale» - come un «dovere di sussiego», [...] un obbligo non individuale, ma che lega collettivamente la collettività»143.

 

     La «gihàd» diviene un dovere personale allorché tutti i fedeli vengono invitati a farne parte.

 

      «In teoria - prosegue Padre Lammens s.j. - la gihàd non dovrebbe mai essere interrotta, né terminare prima della sottomissione del mondo all'islàm, del quale tutti dovrebbero riconoscere la supremazia politica. Questo concetto è uno dei più incontestabilmente popolari dell'ideale islamico».

 

   - La guerra santa è spesso ordinata dal Corano

     Sura IX  (LA CONVERSIONE)

     29.   «Fate la guerra a coloro che non credono in Allàh e nell'ultimo giorno, che non vietano ciò che Allàh         ed il profeta hanno proibito, e a coloro tra gli uomini della Scrittura (gli ebrei e i cristiani N.d.R.) che           non professano la fede nella verità. Fate la guerra sino a che essi paghino il tributo, tutti senza                     eccezione, e che siano umiliati»143.

 

     30.   «I giudei dicono che Ozai è il figlio di Allàh; i cristiani dicono lo stesso del Messia. Parlano come gli                 infedeli che li precedettero; che Allàh gli faccia la guerra! Essi sono dei mentitori»! (K).

 

     - Lo sconfitto non è obbligato a convertirsi all'islàm, che gli fissa in quel caso lo stato di                           «dhimmi»

 

     Al versetto 29 della Sura IX, abbiamo già sottolineato l'opzione teoricamente offerta all'infedele uscito sconfitto dalla «gihàd», che consiste in:

 

          sia convertirsi all'islàm, nel qual caso si ritiene che egli debba diventare «cittadino a pieno titolo»144;

 

          sia conservare la sua religione, nel qual caso gli verrà attribuito lo statuto di «dhimmi», e cioè l'aggravio di un'imposta speciale («dîme») da una parte, e dall'altra l'assoggettamento ad alcune misure discriminatorie od umilianti (vietato l'accesso alle funzioni ufficiali, proibizione di detenere un'arma, di montare a cavallo, ecc...). È il caso, ad esempio, dei cristiani copti in Egitto, dei siriaci nell'Iraq e dei greci nella Siria.

 

     - È dunque possibile parlare di un islàm tollerante?

 

     Se la storia è ricca di esempi sanguinosi di guerre sante musulmane, non mancano altre situazioni in cui l'islàm, trionfante e saldamente installato, ha dato prova di magnanimità verso i popoli cristiani assoggettati, o ha chiesto il loro concorso per la realizzazione di alcuni progetti di cui non possedeva le capacità tecniche. Questo fu, ad esempio, il caso della Spagna. Carra de Vaux, dopo aver scritto che,

 

      «[...]l'apostolato facendo uso della forza è dunque ammesso da questa religione, e ciò costituisce uno dei tratti che gli conferisce un aspetto molto barbaro...»

 

     minimizza la sua precedente affermazione aggiungendo che,

 

      «[...] bisogna tuttavia riconoscere che, in pratica, le autorità musulmane hanno spesso usato molta tolleranza nei confronti di quei cristiani che avevano sconfitto...»145

 

     Senza dubbio, non si deve generalizzare abusivamente; resta tuttavia da domandarsi se il termine «tolleranza» sia esatto per qualificare - in ogni epoca - una condiscendenza verso i non-musulmani che esiga comunque le contromisure viste poc'anzi. È anche altrettanto vero che, ai nostri giorni ed in certe regioni del mondo, tale coercizione è stata apparentemente attenuata, ed è stata adottata una forma di persecuzione più insidiosa e larvata. Così, in alcuni Stati centrafricani passati sotto il governo islamico, il cristiano (o l'animista) che desidera ottenere un posto nell'amministrazione, o che si appresta a sostenere un esame universitario, ha doppiamente interesse - come ci è stato spesso riportato - a convertirsi per tempo o almeno esteriormente all'islàm. Infine, quando si viene a conoscenza dei divieti cui sono soggette le più piccole manifestazioni di appartenenza cristiana in quei paesi arabi in cui l'islàm regna incontrastato - come, per esempio, in Arabia Saudita - non ci si può astenere dal sorridere sentendo parlare di «tolleranza»!! Per non citare che qualche esempio, riporto ora alcuni fatti basati sulla testimonianza di persone degne di fede e, per di più, non particolarmente praticanti: il divieto assoluto di portare un crocifisso, di portare nei bagagli una Bibbia, di festeggiare il Santo Natale mettendo delle ghirlande di lampadine alle finestre, e persino di fare il cenone natalizio al ristorante, ecc... Che si smetta dunque una volta per tutte di alterare l'immagine dell'islàm; il vero volto che esso porta è quello che esso stesso si è dato e che intende certamente conservare146.

 

     - Non c'è martirio che nella «gihàd»

 

     La nozione di martirio non è concepita che nel quadro della «gihàd»: «martire («shaìd») è quel musulmano che cade durante la «gihàd», e che «è ucciso dopo aver ucciso»147. L'islàm trae questo concetto di martirio dal seguente versetto del Corano:

 

     Sura IX  (LA CONVERSIONE)

     112.   «Allàh ha ricomprato la vita e gli averi dei fedeli, il cui prezzo è il paradiso. Combatteranno e                  uccideranno i loro nemici, e cadranno sotto i loro colpi» (F).

 

3.    LE  ISTITUZIONI

    

     Come faceva notare Padre Lammens s.j., «l'islàm è essenzialmente una religione legale»147. La fede basta a tutto. Essa non ha bisogno che di interpreti (dottori, uléma, ecc...) e di un potere temporale che la mette in pratica. Così, non ci si stupisce nel non trovare nella religione islamica né una liturgia, né un clero e né una gerarchia ecclesiastica; in una parola, nulla che assomigli ad un potere spirituale distinto dal potere temporale.

 

     - Niente liturgia

 

      «Questa lacuna viene particolarmente dissimulata da un rituale minuzioso che regola l'esercizio della preghiera e del pellegrinaggio, mediante delle complicate prescrizioni relative alla purezza legale»148.

 

     Molto meno prescrizioni regolano, ad esempio, la preghiera collettiva del venerdì.

 

     - Niente sacramenti

 

     L'islàm non conosce né il battesimo, né la Comunione, né la confessione, ecc... La circoncisione è un semplice atto rituale che non esige l'intervento di alcun ministro del culto; al limite, un barbiere è più che sufficiente. Il matrimonio musulmano è privo di carattere religioso: il cadî basta alla sua registrazione. Di conseguenza:

 

     - Niente clero

 

     L'islàm non può ammettere un sacerdozio intermediario, gerarchico ed unico dispensatore di grazie spirituali. Quest'ultimo concetto, così come la necessità di una gerarchia ecclesiastica, gli sembrano inconciliabili con i diritti imprescrittibili e con il dominio assoluto di Allàh sulle sue creature150. Anche il protestantesimo più rigido, messo a confronto con questo monoteismo intransigente, che esclude ogni intermediario tra l'uomo ed il suo Dio, sembra una religione quasi sacerdotale151.

 

      I ministri che esercitano presso le moschee (muftì, imàm [=«modello», «esempio» o «guida»] e muezzin) non possono essere paragonati ad un clero; essi non sono che dei semplici funzionari (che in Marocco, ad esempio, vengono stipendiati dallo Stato). Secondo l'Enciclopedia «Robert», il califfo è «un sovrano musulmano, successore di Maometto». Questa definizione sottolinea adeguatamente l'assorbimento dello spirituale nel temporale; è un sovrano - ossia un capo politico - che viene considerato come un successore di Maometto. «Sentinella avanzata dell'islamismo», egli non è un pontefice, ma il difensore laico della «sharìa».

 

     - Nell'islàm, il temporale assorbe lo spirituale

 

     O più esattamente, come scrisse Ernest Renan - un personaggio, come abbiamo visto, certamente non sospetto di simpatie verso la Chiesa - «per il musulmano, spirituale e temporale sono inseparabili». Alcuni esempi attuali, illustrano questo concetto così tipico dell'islam. È il Ministero dell'Educazione Nazionale del Regno del Marocco che ha fatto pubblicare l'«Istruzione islamica» ad uso delle scuole secondarie; v'immaginate l'attuale ministro della Pubblica Istruzione  nell'atto di promuovere un catechismo ad uso dei licei francesi? Porre una domanda, comporta anzitutto darle una risposta! Un «telegiornale» della televisione ufficiale di uno Stato musulmano africano è stato recentemente mandato in onda da una emittente televisiva francese; lo schermo si è illuminato, ed è apparso il volto bruno del presentatore che, prima di tutto, ha recitato in arabo la seguente formula: «Lodato sia Allàh, Potente e Misericordioso», seguito dal «buonasera» ai telespettatori e dal notiziario; sui nostri schermi, un simile preambolo avrebbe provocato una sommossa telefonica!! In precedenza, abbiamo parlato del «Messaggio per l'Anno Nuovo» che Gheddafi ha creduto di dover indirizzare ai capi di Stato del mondo intero all'inizio del 1984; vistane l'importanza, tale documento è riportato in Appendice al termine del presente studio152. Come si potrà constatare, questo messaggio non contiene nient'altro che un'esortazione a leggere il Corano - citato spesso dallo stesso Colonnello - per conoscere la verità... su Cristo e sul Vangelo! Certamente, altri capi di Stato - come ad esempio l'ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan - non hanno esitato in più occasioni a parlare di Dio nei loro discorsi ufficiali. Tuttavia, Gheddafi fa del tema religioso il motivo centrale e quasi esclusivo del suo «messaggio» e - aldilà degli atteggiamenti eccessivi, e talora paranoici del noto leader libico - resta che solo un capo di Stato musulmano può, soprattutto ai nostri giorni, permettersi il lusso di un tale gesto senza esporsi al rischio di essere universalmente ridicolizzato dai mezzi di comunicazione.

 

 

 

CAPITOLO VII

 

 

LA DONNA NELL'ISLÀM

 

    Il lettore non rimarrà certamente sorpreso dal fatto che consacriamo un intero capitolo di questo opuscolo alla condizione della donna musulmana. Una civiltà si caratterizza anche dalla maniera in cui essa concepisce il ruolo assegnato alla donna nella società. Andiamo dunque ad esaminare il posto e lo statuto riservati alla donna nel Corano, il quale le attribuisce numerose prescrizioni, limitandoci a citare alcuni esempi.

 

1.       SUPERIORITÀ DELL'UOMO SULLA DONNA

 

     - Fondamento dottrinale di questa superiorità

 

     Il dogma della superiorità maschile è enunciato dal Corano al seguente versetto:

 

     Sura IV  (LE FEMMINE)

     38.   «Gli uomini sono superiori alle donne perché Allàh diede loro il predominio sopra di esse, ed             essi le dotino dei loro beni. Le donne devono essere obbedienti e tacere i segreti dei loro sposi, poiché      il cielo le ha destinate alla loro custodia. I mariti che abbiano a soffrire la loro disubbidienza possono                 castigarle, abbandonarle sole nel loro letto ed anche picchiarle. La sottomissione delle donne deve          porle al sicuro dai maltrattamenti. Allàh è grande e sublime» (F).

 

     Così, questa superiorità153 si fonda su due cause di ordine decrescente:

 

          La volontà divina, che conferisce all'uomo - se così si può dire - una superiorità «essenziale»;

          Il fatto che il fidanzato versi la dote al padre della sua futura sposa, contrariamente a ciò che accadeva               fino a pochi anni fa nella nostra società.

 

     Nella logica musulmana, è dunque normale che l'uomo goda di una certa superiorità - e di diritto - sull'essere che ha acquistato pagandolo.

 

     - Le donne sono imperfette

 

     Sura XLIII  (L'ACCONCIAMENTO)

     17.     «L'Eterno sarà forse il padre di un essere capriccioso, di una figlia la cui giovinezza trascorre               tra gli ornamenti e tra i vezzi?»154

 

     - Lo «shadòr» (il velo portato sul viso) è prescritto dal Corano

 

     Sura XXX  (I GRECI)

     57.   «O profeta! Prescrivi alle tue spose, alle tue figlie e alle mogli dei credenti di lasciar cadere un velo sul             loro volto. Esso sarà il segno della loro virtù, ed un ritegno contro i discorsi della gente. Allàh è buono        e misericordioso» (F).

 

     - La nascita di una figlia è considerata come una disgrazia

 

     Insorgendo contro il politeismo dei suoi contemporanei, Maometto si indignava specialmente per il fatto che il loro Pantheon comprendesse tre divinità femminili!!! Da qui, le sue invettive contro i meccani:

 

     Sura XLIII  (L'ACCONCIAMENTO)

     15.   «Allàh avrebbe preso delle figlie tra le sue creature, e vi avrebbe scelto come suoi figli?

     16.   E tuttavia, quando si annuncia ad uno di voi la nascita [di una figlia] la sua figura si copre di      tristezza ed egli è oppresso dal dolore» (K).

 

     Nell'Hegiaz preislamico, vigeva l'usanza presso certe tribù di uccidere le figlie dalla nascita, bruciandole o seppellendole vive155. La venuta dell'islàm mise fine a queste pratiche, evocate e condannate dal Corano.

 

     - Le donne avranno accesso in Paradiso?

 

     Il solo fatto che gli obblighi religiosi siano imposti anche alle donne, permette di pensare che, contrariamente ad un'opinione diffusa presso alcuni studiosi occidentali, l'accesso al Paradiso musulmano non sia affatto riservato ai soli uomini. Tuttavia, ci chiediamo: come può l'islàm conciliare ciò con la presenza delle hùri, di queste vergini perenni promesse ai credenti maschi? Si tratta di una questione alla quale siamo incapaci di dare una risposta, e che, a dire il vero, saremmo tentati di porre a un musulmano.

 

2.       MATRIMONIO E  POLIGAMIA

 

     - Le donne sono state create da (e per) gli uomini

 

     Sura XXX  (I GRECI)

     20.   «La creazione delle vostre femmine, formate con il vostro sangue, perché dimoriate insieme, [...]                annunciano la sua bontà a quelli che riflettono» (F).

 

     - Essi ne dispongono a loro piacimento

 

     Sura II  (LA VACCA)

     223.   «Le vostre donne sono il vostro campo. Coltivatelo ogniqualvolta vi piacerà» (F).

 

     - La poligamia è autorizzata, ma limitata a quattro mogli

 

     Nell'Hegiaz, la poligamia preesisteva all'islàm, il quale la conservò e regolò nel Corano:

 

     Sura IV  (LE FEMMINE)

     3.    «Se temete di essere ingiusti verso gli orfani, temete di esserlo anche verso le vostre donne. Non                 sposatene che due, tre o quattro»156.

 

     Nonostante il carattere relativamente condizionale di questo versetto, è su esso che si fonda la regola che limita a quattro (più le concubine che non si contano157) il numero delle spose che può avere simultaneamente un musulmano. Molti sono i versetti che trattano del matrimonio; vediamoli brevemente.

 

     - Il Corano proibisce il matrimonio entro certi gradi di parentela

 

     Il versetto 27 della Sura IV (LE FEMMINE), proibisce al credente di sposare sua madre, le sue figlie, le sue sorelle, le sue sorelle, le sue zie, le sue nipoti, le sue nutrici, le sue matrigne, e di sposare due sorelle.

 

     - Ma Maometto beneficiò di alcune deroghe

 

     Sura XXXIII  (I CONGIURATI)

     47.   «O Profeta! Ti è concesso di sposare le femmine che avrai dotate, le prigioniere che Allàh fece cadere      nelle tue mani, le figlie dei tuoi zii e delle tue zie che fuggirono con te, ed ogni femmina fedele che ti         aprirà il suo cuore. È un privilegio che noi ti concediamo. Conosciamo le leggi del connubio che               stabilimmo per i credenti. Non temere di essere colpevole usando dei tuoi diritti. Allàh è buono e                      misericordioso»158 (F).

 

     - Come bisogna trattare le spose

 

     Sura IV  (LE FEMMINE)

     23.   «O credenti! (...se ripudiate una donna, non riprendetevi la sua dote...) Siate buoni nel vostro modo di      agire verso di loro. Se tra le vostre donne ve n'è una per la quale provate indifferenza, può darsi che         proviate indifferenza per una cosa nella quale Allàh ha deposto un bene immenso» (K). 

 

     - Il castigo delle donna adultera

 

     Sura IV  (LE FEMMINE)

     19.   «Se qualche vostra moglie è caduta in adulterio, chiamate quattro testimoni. se le loro testimonianze         concordano contro di lei, chiudetela in casa vostra, sino a che la morte consumi la sua carriera             mortale» (F).

 

     - Esso è meno severo per la donna schiava

 

     A quest'ultima, infatti, il Corano prescrive di non infliggere che la metà della pena, il che dimostra che la sanzione per l'adulterio non sia affatto la morte.

     - Ma è più severo per le spose di Maometto

 

     Sura XXXIII  (I CONGIURATI)

     28. «O spose del Profeta! Se qualcuna di voi si macchia di un delitto, subirà un castigo più rigoroso. Tale         vendetta è facile per Allàh» (F).

 

     - Il ripudio (in arabo «talaq») è autorizzato

 

     In effetti, «Allàh non vi castigherà per una parola sfuggita nei vostri giuramenti» (Sura II, 225). Esso è oggetto di meticolose prescrizioni, delle quali ne riportiamo alcune:

 

     Sura II  (LA VACCA)

     228.   «Le donne ripudiate lasceranno passare il tempo di tre mestrui prima di risposarsi. Esse non devono            nascondere di essere gravide, se credono in Allàh e nel giorno del giudizio. È più equo allora che il             marito le riprenda, se desidera una sincera riconciliazione. Bisogna che le femmine si contengano            con conveniente decenza e i mariti abbiano superiorità su di loro».

     229.   «Il ripudio non avverrà che due volte. I mariti custodiranno le loro donne con umanità e le                rinvieranno con giustizia».

     230.   «Chi ripudierà tre volte una donna non potrà riprendersela se non dopo che essa avrà giaciuto con un      altro sposo che l'avrà ripudiata» (F).

 

3.    La situazione della donna musulmana è cambiata?

 

     La donna è ancora ritenuta inferiore all'uomo? La sua condizione nei paesi islamici è ancora regolata dalle norme che abbiamo appena letto? Nelle sue manifestazioni esteriori, la concezione musulmana dello stato della donna (lo «shadòr», le relazioni con l'esterno, la partecipazioni ad attività salariate, ecc...) varia sensibilmente da uno stato all'altro. Presso alcuni di essi, essa tende - anche se fino ad un certo punto - a divenire meno rigida e più liberale. Se da una parte rimane molto difficile distinguere tra l'evoluzione apparente e l'immobilismo reale di fondo, dall'altra, determinate correnti tendono a ripristinare le regole coraniche e tradizionali laddove sembrava che si fossero attenuate. Lo studio caso per caso di queste situazioni ci porterebbe oltre i limiti assegnati a questo studio. Ecco tuttavia qualche esempio che ci aiuterà a farcene un'opinione.