Paul Rassinier:

L'operazione «Vicario»

Il ruolo di Pio XII davanti alla storia

Edizione internet 2005 a cura di Andrea Carancini – Copyright riservato

Traduzione di Ilaria Ramelli

«Io chiamo 'popolo' tutta la gente che pensa in modo volgare e comune:

la Corte ne è piena».

(La Marchesa De Lambert, Lettera di una dama a suo figlio sulla vera gloria, 1726)  

 

Un sentito ringraziamento a Cesare Saletta per i preziosi suggerimenti

 

Tavola dei contenuti:

Nota dell'editore

Cap. I. Variazioni su un falso problema

            I. L'atto di accusa

            II. Il diritto all'affabulazione

            III. Ritratto della S.S. Kurt Gerstein

            IV. I testimoni d'urto

            V. Saul Friedländer e gli archivî tedeschi

            VI. La difesa

Cap.  II. Il vero problema

            I. I Papi e la pace

            II. Come Pio XII tentò di impedire la guerra

            III. Come Pio XII tentò di fermare la guerra

            IV. I tentativi diplomatici del Vaticano

Cap. III. Il meccanismo politico dell'operazione

            I. Il Trattato di Versailles responsabile

            II. I moventi dei protestanti

            III. Il fronte unico contro il Papa

            IV. Per la pace

Post-scriptum

Appendici documentarie

Appendice I: Quello che si pensava generalmente di Pio XII fino a Rolf Hochhuth

            I. Le Populaire (3-3-1939) Scacco a Mussolini

            II. L'Humanité  (3-3-1939) rapida elezione del Card. Pacelli, Pio XII , come successore di Pio XI

Appendice II: Pio XII parla in prima persona

            Lettera di Pio XII a Mons. Preysing, arcivescovo di Berlino

Appendice III: I principali argomenti dei difensori di Pio XII

Maïmonide (Bollettino dell’Ateneo Israelita di Bruxelles), n°2, giugno 1963;

– Pinchas Lapide, console di Israele a Milano ai tempi di Pio XII, Le Monde, 3 gennaio 1964;

Maïmonide, giugno 1963;

– Il Procuratore generale di Norimberga, Kempner, Katholische Nachrichten Agentur, n°22, 1963;

– Maurice Edelmann, presidente dell'associazione anglo-giudaica e deputato laburista, Gazette de Liège, 23 gennaio 1964;

– Albrecht von Kessel, collaboratore di Weizsäcker, ambasciatore della Germania presso il Vaticano, Osservatore della Domenica 28 giugno 1964.

Appendice IV: Il Card. Merry del Val e la Prima Guerra Mondiale

Appendice V: Il problema dei risarcimenti che la Germania deve fornire


Avvertenza: la traduzione è stata condotta sull’edizione internet curata dall’AAARGH (l’Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d’Holocaustes), pubblicata in rete all’indirizzo:  http://vho.org/aaargh/fran/archRassi/ov/ov.html , dalla quale è stato ritenuto opportuno riportare alcune (non tutte) note esplicative aggiunte in asterisco al testo originale di Rassinier.
 
 
 
Nota dell'editore

[La Tavola rotonda / L'ordine del giorno]

Perché Paul Rassinier si è interessato al Vicario? Poiché detesta la menzogna e poiché è pacifista.

L'ateo, da libero pensatore irriducibile qual è, che dunque, a rigor di logica, non appartiene a quella «notevole quantità di persone (che considerano) il Papa come la più alta autorità morale della terra»1, ebbene, questo ateo si rallegra che nel 1870 il Papato sia stato totalmente escluso dall'amministrazione delle cose temporali e confinato al rango di «morale». Ma si rallegra anche di aver visto – e in modo particolare a partire da Leone XIII – i Papi dirigere i loro sforzi, in tutti i campi, ad accordare i valori religiosi con quelli della più alta di tutte le istanze morali: la coscienza. E di essere stato spettatore del successo quasi perfetto di Pio X, di Benedetto XV, di Pio XI e di Pio XII in materia di sollecitudine per la pace, supremo valore universale.

Questo ateo saluta con soddisfazione il messaggio del Natale 1964 con cui il Papa Paolo VI si è impegnato a sua volta, denunciando come principali e pressoché unici ostacoli alla fraternità degli uomini il nazionalismo, il razzismo, il militarismo, lo spirito di classe, di partito e di casta. È così più agevole sottolineare che, per il suo autore e per tutti i suoi simpatizzanti, Il Vicario è, paradossalmente, soltanto una protesta – e al più basso livello possibile! – contro il rifiuto di un Papa di prendere partito negli affari temporali, da parte di gente che, precisamente, gli ha negato questo diritto sempre e in ogni altra occasione.

Se i simpatizzanti di Rolf Hochhuth hanno obbedito, come egli stesso ha fatto, al bisogno di liberarsi di un senso di colpa, che si tratti della loro personale o di quella della loro classe, Paul Rassinier può rispondere così: egli non pensa di dover «riflettere sulla propria colpevolezza», come invece è invitato a fare il pubblico de Il Vicario.

A differenza dei simpatizzanti di Hochhuth, Rassinier non ha invitato la popolazione a votare in massa per Hitler. Al contrario, ha usato tutti i mezzi che aveva a disposizione per impedirgli di giungere al potere.

A differenza di altri, egli non ha fatto tutto quello che poteva per rendere la guerra inevitabile: si è eretto contro di essa con tutte le sue forze, il che gli ha procurato un poco di fastidî con Daladier. [1]

Una volta scoppiata la guerra, egli non è partito, come altri, a combattere il nazismo nelle Americhe: è rimasto a combattere sul posto, cosa che era forse più difficile. Questo ha valso a Rassinier di conoscere Buchenwald e Dora; tuttavia, è il celebre emigrato che impartisce lezioni al deportato.

Nel 1944, l'autore del presente studio si trovava fuori combattimento presso Dora. Ma, una volta libero, non sarebbe stato obbligato ad entrare, precipitosamente, nella prima o nella seconda divisione blindata per cambiare le carte in tavola: non aveva bisogno di nascondere il suo passato.

Campagnolo danubiano, e forse carente di buone maniere, Rassinier si dichiara assolutamente non colpevole. È tutto meditato. Meditato prima, non dopo.

Ecco, forse, tutta la differenza tra gli estimatori de Il Vicario e qualcuno che pensa che quest'opera sia un'azione malvagia.


Note alla Nota dell'editore

1. Dichiarazione di Rolf Hochhuth a Nicole Zand, Le Monde 19.XII.1963.



CAPITOLO I

VARIAZIONI SU UN FALSO PROBLEMA

 

I. L'atto d'accusa

«Informato dall'ufficiale S.S. Gerstein delle condizioni in cui i deportati ebrei erano sterminati nel campo di concentramento di Auschwitz, nella Polonia occupata dal Reich tedesco, il giovane gesuita Riccardo Fontana implora Pio XII, il Papa regnante nel 1943, di assumere le difese degli Ebrei perseguitati, di pronunciare una condanna esplicita e formale. Adducendo la sua missione di paternità universale, richiamando il proposito di compassione che non ha mai rifiutato, il Papa non pronuncia le parole precise che Riccardo attende, e così quest'ultimo si unisce ad un convoglio di Ebrei romani arrestati sotto le finestre del Papa. Riccardo è deportato con loro ad Auschwitz: parte per la camera a gas, povero sacerdote che, a rigore, sarà il Vicario di Cristo là dove oggi dovrebbe trovarsi il Papa»1.

Su questo fatto, presentato come storicamente attestato, un giovane protestante tedesco, prima sconosciuto, ha costruito una pièce teatrale: Il Vicario. Egli ci presenta un Papa filo-nazista, completamente obnubilato dal pensiero che, se Hitler avesse perduto la guerra, l'Europa sarebbe rimasta esposta al pericolo peggiore per la Chiesa: quello del bolscevismo. Dunque, preoccupato di non compromettere le possibilità – che sa essere scarse – rimaste a Hitler di sconfiggere il bolscevismo, questo Papa cerca di creargli meno complicazioni possibile. A questo punto, pur detenendo il magico potere di bloccare, con una sola parola, le persecuzioni di cui gli Ebrei sono vittime, il Papa non solo non pronuncia questa parola di sua spontanea volontà, ma si rifiuta di farlo anche quando vi è caldamente esortato. E di quello che accade agli Ebrei si lava le mani – poiché nulla deve mancare al quadro tracciato dall'autore. Anzi, dato che si insiste, il Papa, seccato, taglia corto, passando a un altro problema ben più importante per la Chiesa della quale è il pastore supremo: gli interessi che questa ha in un certo numero di imprese industriali che rischiano di essere distrutte dagli Alleati e che, se non si vuole che la Chiesa perda denaro, occorre vendere prima che sia troppo tardi. Vendere a chi? Ma, si capisce, proprio a questi Alleati, che il Papa non nasconde di non amare, lungo tutta la pièce, ma in quel momento mostra di amare meno che mai: così, da una parte, essi avranno distrutto i loro proprî beni, e dall'altra, qualsiasi sia l'esito della guerra, egli non avrà alcuna difficoltà a farsi rimborsare, dato che sarà già stato rimborsato in anticipo. È questa, almeno nella forma della relazione, l'idea suggerita allo spettatore perspicace. L'autore non arriva certo a dire che questo Papa consideri Hitler come un inviato della Provvidenza per liquidare – una buona volta! –, contemporaneamente al bolscevismo, anche il contenzioso giudaico-cristiano che durava da duemila anni, per mezzo dell'annientamento del popolo ebraico, ma l'idea è precisamente questa, e l'autore esprime senza mezzi termini l'idea che ha di lui: «un Papa del genere [...] è un criminale»2.

E tale sarebbe stato Pio XII.

Nella sua versione originale, e sotto il suo titolo originale Die Stellvertreter [Il Vicario, Il Sostituto, N.d.t.], questa pièce fu rappresentata a Berlino il 20 febbraio 1963, a Basilea il 3 dicembre, a Vienna il 27 gennaio 1964 e, in traduzioni, a Londra il 21 giugno 1963 (The Representative), a Parigi il 9 dicembre (Le Vicaire, di cui qui si tratta), e a New York il 24 febbraio 1964 (The Deputy). Per quanto possa sembrare paradossale, è a Tel Aviv che lo spettacolo ha fatto la sua comparsa in ultimo luogo, il 20 giugno 1964. Primi interessati alla diffusione del suo tema, il Movimento Sionista mondiale e lo Stato d'Israele si erano presi cura di non figurare in prima linea nella montatura di questa operazione. Notiamo inoltre che, tradotta in italiano, la pièce non è ancora stata rappresentata a Roma. E nemmeno a Mosca. Nel caso della prima di queste ultime due capitali, ciò è dovuto al fatto – di cui è possibile lamentarsi oppure rallegrarsi – che in Italia il Papato dispone ancora di influenza sufficiente ad impedire che si venga a schernirlo proprio sotto le sue finestre in tempo di pace3, anche se non ne aveva abbastanza per impedire che, in piena guerra, circondato da tutte le parti, venissero ad arrestarvi degli Ebrei. Nel caso della seconda capitale, la mancata rappresentazione sarebbe dovuta alla politica di avvicinamento al Vaticano promossa da Kruscëv che, a quanto sembra, sarà seguita anche dai suoi successori.

A Berlino, a Londra, a Basilea, a Parigi e a New York le prime rappresentazioni provocarono, sia all'interno dei teatri sia per strada, manifestazioni ostili che richiesero l'intervento della polizia, e, negli ambienti intellettuali, fecero sorgere dibattiti appassionati che sembrano destinati a protrarsi ancora per molto tempo. A Vienna, pur non essendo stata né meno ampia né meno categorica, la protesta dell'opinione pubblica non oltrepassò tuttavia i limiti della correttezza. In Israele si ebbe un dibattito altrettanto corretto sull'opportunità di rappresentare lo spettacolo, dibattito che non sortì alcun altro effetto se non quello di ritardarne di qualche mese la ripetizione generale, ma in questo caso non si potrebbe affermare che si sia trattato soltanto di un dibattito pro forma, architettato a bella posta da persone interessate e destinato esclusivamente ad attestare una riserva di facciata, tutta diplomatica.

Su un tema del genere, e in tali termini, era inevitabile che una simile pièce desse origine a uno scandalo. All'inizio essa ebbe un effetto-sorpresa: fino al 20 febbraio 1963, nel mondo intero, tra gli atei come tra i credenti, tra i fedeli di Roma come tra quelli delle Chiese separate o concorrenti, l'opinione pressoché generale era che il Papa Pio XII aveva fatto tutto quello che era in suo potere per impedire la guerra, per limitarne l'estensione e, non essendoci riuscito, perché almeno cessassero tutte le atrocità che ne costituivano la conseguenza, ogni volta in cui ne era venuto al corrente. Per quanto riguarda le attestazioni relative ai Tedeschi – degli altri non si parla molto –, von Ribbentrop aveva dichiarato a Norimberga il 27 marzo 1946: «Abbiamo ricevuto proteste dal Vaticano. Abbiamo interi cassetti pieni di proteste del Vaticano»4. E, poiché gli si rimproverava di non avere mai risposto, anzi di non averne mai nemmeno preso conoscenza, aveva precisato: «È vero. Su queste questioni del Vaticano il Führer aveva assunto una posizione.tale che, a partire da quel momento, le proteste non mi arrivavano nemmeno più»5. Si trattava di fatti che si riteneva fossero accaduti in Polonia nel marzo 1943. In realtà, era da molto tempo che le proteste del Vaticano si accumulavano nei cassetti di Ribbentrop senza che vi si prestasse attenzione: basta considerare nuovamente il resoconto dei dibattiti di Norimberga per conoscere al contempo la posizione del Führer e le sue giustificazioni. Nell'ottobre del 1939, apprendendo il trattamento inflitto ad alcuni sacerdoti polacchi dalla polizia tedesca di occupazione, Mons. Orsenigo, Nunzio apostolico a Berlino, si era recato presso il Segretario di Stato Weizsäcker per presentargli due note di protesta. Interrogato a Norimberga il 26 marzo 1946 sulla sorte di queste note, Steengracht, altro Segretario di Stato di von Ribbentrop, aveva risposto:

«Questi [Weizsäcker] le trasmise, secondo la regola, a Ribbentrop, il quale a sua volta le presentò a Hitler. Dato che il Vaticano non aveva riconosciuto il governatorato generale [la nuova Polonia] e che, per conseguenza, il Nunzio non aveva nessuna competenza per queste regioni, Hitler, quando gli furono presentate queste note, dichiarò: "È una pura menzogna; rinviate queste note al Nunzio per mezzo del Segretario di Stato e ditegli che voi non accetterete mai più nulla di simile"»6.

Da questo si può già concludere che, se il Vaticano avesse riconosciuto la carta della nuova Polonia stabilita da Hitler, le note di protesta presentate al ministero degli Esteri tedesco dal suo Nunzio a Berlino indubbiamente non avrebbero sortito maggiore effetto, ma almeno, invece di accumularsi nell'ufficio di von Ribbentrop «a pieni cassetti» nel corso di tutta la guerra, senza neppure essere registrate, per poi finire nel cestino della carta straccia, dove sparirono nel nulla, comparirebbero negli archivî tedeschi, dove potrebbero ritrovarle quanti vanno in cerca della verità. A meno che non siano state archiviate sul momento in un dossier come quel n° 6 che è così misteriosamente – e così opportunamente! – scomparso. Ma questa è un'altra storia, e ci ritorneremo a suo tempo. Quello che importava segnalare qui è che, rifiutando di riconoscere la Polonia rimaneggiata da Hitler, Pio XII aveva fornito a quest'ultimo l'argomento di cui aveva bisogno per non accettare nessuna delle sue rappresentanze riguardo a quanto la concerneva. E, per altro, senza alcun profitto per la sua memoria, visto che questo atto di ostilità evidente verso la politica di Hitler non è nemmeno addotto a suo credito da quanti oggi lo denigrano. Ma se egli avesse riconosciuto questa nuova Polonia, nella preoccupazione e nella speranza di risultare efficace, di che cosa non lo si accuserebbe ora?

Steengracht ci fornisce anche informazioni, in sovrappiù, sulla natura delle proteste del Vaticano e su coloro che ne fornirono il pretesto: «Ho già detto che sono intervenuto in centinaia di casi, ogni volta in cui il Nunzio veniva a farmi visita, quando si trattava di Giudei per i quali egli non era competente, o anche di sacerdoti polacchi per i quali era sì competente, ma non aveva il potere di agire»7.

D'altronde, ogni volta in cui, in uno o nell'altro dei tredici processi di Norimberga, si venne a parlare del Vaticano, i testimoni dell'accusa come quelli della difesa presentarono i fatti in cui erano stati coinvolti nella stessa versione e pressoché negli stessi termini. Nessuna nota discordante. E questo stabilisce che, contrariamente a quello che tentano di dare ad intendere i suoi detrattori, l'azione di Pio XII non era unicamente ispirata dagli interessi della Chiesa romana: in particolare, i Giudei non erano esclusi dalla sua sollecitudine. In effetti, fino al 20 febbraio 1963, questa opinione, per quanto ne so io, non fu mai messa pubblicamente in dubbio da nessuno.

Meglio: dalla fine della guerra alla sua morte, se gli ambienti protestanti, quantunque sempre afflitti dall'antipapismo ereditato da Lutero e da Calvino, si mostrarono, nel loro insieme, molto riservati – si vedrà che il loro ruolo nell'accesso di Hitler al potere nella Germania dell'anteguerra e la situazione del Protestantesimo in questo dopoguerra non furono estranei a questa riservatezza –, i portavoce più qualificati del pensiero degli Ebrei e della loro politica non cessarono di lodare Pio XII per la sua azione durante la guerra, e di attestargli la loro riconoscenza. E questo, si noti, concorda con i commenti, non solo di soddisfazione ma anche di entusiasmo, che in tutta la stampa, compresa quella di obbedienza socialista e comunista, avevano accolto la sua elezione il 2 marzo 1939. Si troveranno in appendice le dichiarazioni di tutte queste persone che avevano fatto di questo Papa, lungo tutta la sua carriera, un Papa che non aveva mai avuto la minima simpatia né per il fascismo italiano né per il nazional-socialismo tedesco. Solo a stento si era osservato che non ne aveva di più per il bolscevismo russo.

Riguardo a questa opinione pressoché generale e ben solidamente stabilita, Il Vicario di Rolf Hochhuth rappresentava una vera inversione di marcia. Obbligato a spiegarsi, in qualche modo, dalle reazioni del pubblico, questo giovane abbastanza notevole per essere divenuto improvvisamente, da un giorno all'altro, l'ombelico di un universo che andava alla ricerca di una coscienza pulita, ci raccontò soprattutto lo spaventoso dramma di coscienza – l'incubo, ha detto Jacques Nobécourt –8 che, dal suo ingresso nel quindicesimo anno di vita (alla morte di Hitler) fino ai suoi trentatré anni – in confronto, Victor Hugo scherzava, decisamente, con la sua tempesta nella mente di Jean Valjean –, gli aveva fatto vivere un aspetto particolare di una guerra che era durata quasi sei anni, che aveva messo il mondo intero a ferro e fuoco, in un bagno di sangue, e che aveva trasformato l'Europa, dai Pirenei al Volga e dal suo estremo Nord al suo estremo Sud, in un immenso campo di rovine, facendo una cinquantina di milioni di cadaveri: e tra questi circa cinquanta milioni di morti c'erano – tra uomini, donne, bambini e anziani, senza alcuna distinzione – sei milioni di cadaveri ebrei, egli diceva, ed era questo che, per diciotto anni, giorno e notte, lo aveva torturato.

Ora il modo di procedere di Hochhuth è noto: la guerra che non lo ha mai preoccupato né nel suo principio né nelle sue conseguenze globali, lo ha letteralmente torturato per una sola delle sue conseguenze: il torto che ha arrecato agli Ebrei. Tutto il resto non ha importanza. E Hochhuth non ha avuto tregua finché non ha trovato il responsabile di questo delitto ben peggiore del peggio, ben peggiore di tutto quello che si poteva immaginare9. Al termine di diciotto anni di un incubo indescrivibile, egli, da buon protestante che, come in genere i suoi correligionarî, riconduce tutti i guai del mondo all'esistenza del Papa – così come, in una consistente fetta dell'opinione pubblica, li si riconduce tutti all'esistenza degli Ebrei –, questo responsabile l'aveva trovato, infine: Pio XII. Questo Papa, certo, aveva bensì protestato, nel corso di questi sei anni, contro tutti gli orrori della guerra ogni volta in cui aveva preso la parola – questo, Hochhuth non intendeva negarlo –, ma soltanto in termini generali e senza designare mai, salvo una sola volta, il martirio degli Ebrei expressis verbis. Di qui questa prima conclusione: egli aveva taciuto. Seguita da questa seconda: lo aveva fatto per simpatia verso Hitler e verso il nazismo. Ricordandosi che, nella sua pièce, aveva presentato Pio XII come un «criminale» per rendere evidente che si trattava di un'opinione molto decisa, Rolf Hochhuth aggiunse, cammin facendo, che egli era stato «ignobile». Il tema trovò così la sua forma definitiva: un Papa divenuto non soltanto «un criminale», ma anche «un criminale ignobile»10, esclusivamente a motivo di un «silenzio» di cui si vedrà altrove che, lungi dall'essere effettivo, gli era stato attribuito soprattutto da persone la cui capacità visiva non è mai giunta molto oltre la punta del loro naso.

Gli altri responsabili? I Churchill, i Roosevelt, gli Stalin? Prima e durante tutta la guerra, erano state offerte loro tutte le possibilità immaginabili di mettere al riparo dei suoi orrori quegli Ebrei che le classi dirigenti hitleriane della Germania (prima di concentrarli nei campi e anche dopo) considerano, certo, come una popolazione dannosa per il morale del loro popolo impegnato a combattere, ma anche come una popolazione civile. Essi avevano rifiutato: eppure sono presentati come gentlemen. E Jacques Nobécourt, facendo notare molto correttamente che non si giustificano le proprie mancanze con quelle degli altri, ha respinto l'argomento in modo assai ingegnoso: «Invocare il loro esempio per spiegare il silenzio di Pio XII significa ricondurre sul loro stesso piano di uomini politici costretti al realismo il Papa, la cui missione era quella di parlare in tempo e in contro-tempo [2] , di richiamare il messaggio evangelico dandogli un'applicazione precisa»11. A Jacques Nobécourt rimaneva solo da mostrare che la «paternità totale» di Pio XII, paternità che non deve distinguere né tra le razze né tra le nazionalità, e neppure tra le religioni, rendeva doveroso per il Papa «richiamare il messaggio evangelico di cui era incaricato», in questi termini.

Senza dubbio. E Pio XII non fu lento nell'assolvere a questo dovere. «L'applicazione precisa» del messaggio evangelico era per lui la necessità di intervenire per salvare la pace – ossia per salvare tutto il mondo –, e poi, una volta che ebbe fallito in questo, di arrestare la guerra per salvare tutto il salvabile.

Sotto questo aspetto, è odioso imputargli un preteso «silenzio», dal momento che egli ha parlato il più chiaramente e il più forte possibile.

Ma per Nobécourt «l'applicazione precisa» del messaggio evangelico avrebbe dovuto indurre il Papa a un'azione restrittiva che avrebbe preso in considerazione soltanto la sorte degli Ebrei: non tentare nulla contro la guerra, insomma lasciarle continuare il suo decorso d'inferno e abbandonare ad esso il resto dell'umanità.

Mi si consentirà di dubitare che la dimostrazione intrapresa da Nobécourt sia facile. Soprattutto al giorno d'oggi. Infatti, nulla obbliga a lasciare all'avversario il privilegio di imbastire ipotesi sul tema «quello che il Papa Pio XII avrebbe ottenuto se...»: si può immaginare altrettanto bene lo scenario che segue: un Pio XII che, anziché porsi di slancio su una delle vette del pensiero umano e concepire la salvezza dei Giudei soltanto all'interno di quella dell'umanità intera, ossia nella pace che è il supremo dei beni, fosse disceso di alcuni gradini nella scala dei valori universali e si fosse limitato all'interpretazione restrittiva del suo ruolo, che gli si fa il torto di avere respinto. Questa volta, allora, Jacques Nobécourt ha potuto parlare di realismo, ma in questo caso «di basso livello», tanto più che, al pari di quello che rimprovera a Pio XII, anche questo era destinato a rimanere una pura costruzione teorica, in quanto, come si dimostrerà e come ha detto egli stesso, è ben vero che, a livello dei fatti, nell'uno come nell'altro caso, Pio XII si trovava davanti a una porta che nessuna chiave avrebbe potuto aprire»12. La maggior parte dei mortali del resto dell'umanità potrebbe parlare, per di più, del carattere singolare di questa Paternità totale la cui sollecitudine si sarebbe rivolta prioritariamente agli Ebrei, se non a loro soli, e sarebbe stata miope, in quanto le sarebbe sfuggito il nocciolo del problema; non si sarebbe attenuta all'essenziale e, per ciò stesso, si sarebbe addossata la responsabilità della morte non soltanto degli Ebrei, ma della totalità dei cinquanta milioni di vittime. Il colmo – ma nessuno saprebbe che si tratterebbe di un colmo – sarebbe stato soltanto che, operando sotto gli applausi così frenetici del mondo sionista, il protestante Rolf Hochhuth avrebbe scritto un Vicario su questo tema, che il comunista Piscator l'avrebbe montato e che il cristiano progressista Jacques Nobécourt, allo stesso modo, li avrebbe accompagnati. E perché no, in effetti?

Può darsi che ostentare un certo disprezzo per il realismo e opporre ad esso un idealismo definito da certi modi di parlare e di agire in tempo e in contro-tempo sia la più alta espressione dello spirito e il privilegio e, al contempo, l'onore delle vere élites delle quali non dubito che l'incarnazione più pura sia costituita dallo stato maggiore che ha organizzato quest'offensiva contro Pio XII. Questo atteggiamento, in ogni caso, è assunto molto bene in quegli ambienti le cui pretese intellettuali sono eguagliate soltanto dalla loro incoscienza, e che deliziano Pierre Daninos13. Ma, se si sa che al termine di tutte le speculazioni intellettuali giunge sempre, per le conclusioni che se ne traggono, il momento di tradursi, per mezzo della parola, nell'ordine delle cose morali, il momento in cui l'atto deve passare nell'ordine dei fatti, vale a dire, in entrambi i casi, il momento in cui l'ideale deve divenire reale, allora tutto è ormai soltanto «realismo» o «idealismo» e si tratta solo di sapere a quale livello, quando l'uno e l'altro si confondono, sia necessario parlare o agire in tempo e in contro-tempo: a livello degli yé-yé, il cui ideale sembra essere ispirato dalla necessità di togliere di mezzo quelli che cadono, o a livello del Cristo morto in croce «per riscattare tutti i peccati del mondo»? Postulando la salvezza dei soli Ebrei (ammesso che il Papa sapesse fino a che punto fossero minacciati) o quella dell'umanità intera? È la risposta a questa domanda che, fissando tra i due estremi il punto in cui tutto non è più che «realismo» e quello in cui tutto è «idealismo», dirà dove si annida il sofisma.

Si comprende subito che, uscito dalla sua storia di «incubo» – che era durata diciotto anni, non dimentichiamolo, e questo si vedeva bene sul suo volto, del quale «nulla tratteneva l'attenzione...», «di studioso che avrebbe detto un'enormità»14, dai suoi capelli intatti, dalla sua fronte senza rughe, dal suo sguardo neutro, da tutto questo viso di cui nulla, nei lineamenti, distruggeva l'armonia, se non le labbra un po' troppo sensuali –, si comprende, dicevo, che il signor Hochhuth non avesse più nulla da dire. Certi giornalisti, per renderlo un po' più interessante, arrivarono a fargli dire cose del genere delle seguenti: egli si sarebbe fatto «avvocato della Chiesa cattolica»; a Berlino, molti spettatori lo avrebbero preso «per un cattolico»15, e ci si sarebbe decisi sul valore della cauzione quando lo si sarebbe udito invocare quella di uomini così eminenti come «Hans Werner Richter e Günter Grass» (!!!...). O ancora uscite come questa: egli non avrebbe attaccato il Papa né in quanto uomo né in quanto Papa, bensì in quanto era «il rappresentante della colpevolezza di tutti noi», e attraverso di lui «ogni spettatore avrebbe potuto riflettere sulla propria colpevolezza»16. Alla signora Nicole Zand egli disse anche, sottolineandolo, che «l'unico attacco contro il Papa riguarda il suo silenzio e soltanto questo», che «il responsabile di cinquecento milioni di credenti [...] considerato da una notevole quantità di non-credenti come la più alta istanza morale della terra, [non aveva] il diritto di tacere, di rimanere in silenzio di fronte al massacro degli Ebrei da parte dei nazisti»17.

Ed eccoci ricondotti di nuovo a quel piccolo aspetto delle cose che è considerato il più importante, poiché era quello attraverso il quale Pio XII avrebbe potuto prendere partito per uno dei belligeranti, il che è tutto quello che, in definitiva, gli si rimprovera. A quest'ottica Pio XII ha opposto in anticipo la seguente, sul piano delle vittime:

«[... Questa guerra si manifestava già in] una serie di atti inconciliabili con le prescrizioni del diritto internazionale positivo, così come con le prescrizioni del diritto naturale, e perfino con i più elementari sentimenti di umanità; le atrocità e l'uso illecito di mezzi di distruzione, perfino contro dei non-combattenti e dei fuggitivi, contro vecchi, donne e bambini»18.

O ancora questa dichiarazione, che dice il suo sdegno al pensiero «... delle centinaia di migliaia di persone che, senza la minima colpa da parte loro, ma semplicemente perché appartengono a una certa razza o a una certa nazionalità, sono votate alla morte o a un deperimento progressivo»19.

O, infine, questa, con la quale ritorna alla carica, ricordando le «suppliche ansiose di tutti coloro che, in ragione della loro nazionalità o della loro razza, sono oppressi dalle più dure prove e dai dolori più acuti, e perfino destinati, senza colpe personali, a misure di sterminio»20.

Tali prese di posizione, prive di ogni ambiguità e che, sotto questa forma o sotto un'altra, si ritrovano costantemente in bocca a Pio XII ogni volta in cui egli ha preso la parola davanti al suo pubblico abituale (in particolare, in tutti i suoi messaggi di Natale e in tutte le sue allocuzioni rituali del 2 giugno di ogni anno), o sotto la sua penna, ogni volta in cui ha scritto, in genere non sono prese in considerazione dallo stato maggiore de Il Vicario più che se non fossero mai state formulate. Non si può che domandarsi: perché?

Ed ecco la risposta, sotto forma di una dichiarazione rilasciata al Centro di documentazione giudaica contemporanea21 da un banchiere romano, Angelo Donati, che, da parte dell'inviato britannico presso la Santa Sede, Sir Osborne, aveva testimonianza dello scambio delle due battute seguenti tra Mons. Maglione, segretario di Stato di Pio XII, e lui stesso, nell'agosto del 1943:

– Vedete, disse Mons. Maglione ad Osborne, il Santo Padre [nel suo Messaggio di Natale del 1942] ha tenuto conto delle raccomandazioni del vostro governo!

– Risposta di Osborne: Una condanna tale da potersi applicare altrettanto bene al bombardamento delle città tedesche non corrisponde per nulla a quello che il governo britannico aveva richiesto.

Ecco dunque il motivo: le proteste di Pio XII contro gli orrori della guerra sono sempre state formulate in termini tali da condannarli tutti, da qualsiasi parte venissero, e quello che oggi è rimproverato ad esse è il rifiuto di condannare solo quelli di una delle due parti belligeranti. Questo atteggiamento di Pio XII si inscrive in una dottrina del papato e della Chiesa – del tutto nuova, è vero, poiché data soltanto a partire da Pio X – che non fu mai definita meglio che da Benedetto XV, e che Pio XII fece propria:

«Noi ci addoloriamo di non poter fare di più per affrettare la fine di questo flagello (la Prima Guerra Mondiale). Il nostro incarico apostolico non ce lo consente. Quanto a proclamare che non è permesso ad alcuno, per qualsiasi motivo, di ledere la giustizia, questo è indubbiamente, e in sommo grado, un dovere che spetta al Sommo Pontefice, costituito da Dio come interprete supremo e vindice della Legge eterna. Noi biasimiamo ogni ingiustizia, da qualsiasi parte sia stata commessa. Ma non sarebbe né opportuno né utile che ci immischiassimo nei contenziosi specifici dei belligeranti»22.

«Opportuno, utile...»: queste parole hanno, senza dubbio, un leggero sentore di banale "realismo", ma soltanto se le si isola dal loro contesto e se si dimentica che un Papa ha anche rango e prerogative di un capo di Stato, e che di conseguenza è costretto, in pubblico, a usare un linguaggio diplomatico, se non vuole compromettere la sua missione "apostolica".

Nella conversazione con il giornalista al quale egli richiamava questi pensieri, poiché quest'ultimo gli faceva notare che «numerosi sacerdoti [erano stati] presi in ostaggio in Belgio e in Francia, ed [erano stati] fucilati», Benedetto XV replicò che, nell'altro schieramento, altri ostaggi erano stati presi e fucilati, e non soltanto sacerdoti:

«Ho ricevuto – disse – dai vescovi austriaci l'assicurazione che anche l'armata russa aveva preso ostaggi tra i sacerdoti cattolici, e che un giorno aveva spinto davanti a sé quindici centinaia di Ebrei, per avanzare dietro a questa barriera vivente esposta all'artiglieria nemica. Il vescovo di Cremona mi informa che l'armata italiana ha già preso in ostaggio diciotto sacerdoti austriaci»23.

Si crederebbe di leggere il telegramma inviato al Dipartimento di Stato il 5 gennaio 1943 da Harold Tittmann, principale collaboratore di Myron Taylor, rappresentante personale del presidente Roosevelt presso la Santa Sede, dopo essere venuto, a sua volta, a informarsi presso Pio XII del vero significato che si dovesse accordare al suo messaggio di Natale del 1942:

«Per quanto concerne il suo Messaggio di Natale – scriveva il diplomatico americano –, il Papa mi è parso sinceramente convinto di essersi espresso abbastanza chiaramente per soddisfare tutti coloro che avevano insistito perché dedicasse almeno una parola a condannare le atrocità naziste, e sembrò sorpreso quando gli dissi che alcuni non condividevano la sua convinzione.

«Mi disse che gli sembrava evidente per tutti che egli aveva voluto parlare di migliaia di Polacchi, di Ebrei e di ostaggi uccisi o torturati senza alcuna ragione, a volte unicamente a causa della loro razza o della loro nazionalità.

«Mi spiegò che, parlando delle atrocità, non avrebbe potuto nominare espressamente i nazisti senza parlare, al contempo, dei bolscevichi, il che, pensava, non sarebbe forse piaciuto agli Alleati.

«Mi dichiarò di temere fortemente che i rapporti di atrocità segnalati dagli Alleati fossero fondati, ma mi lasciò intendere che la sua impressione era che essi potessero essere stati esagerati, in certa misura, a scopo di propaganda. Complessivamente, il Papa riteneva che il suo messaggio dovesse essere accolto bene dal popolo americano, e io fui d'accordo con lui»24.

Così chiaramente esplicitato e approvato da un diplomatico americano – che vale bene i diplomatici tedeschi citati da Saul Friedländer25 per provare che solo Hitler avrebbe potuto «accogliere bene» tutti i suoi fatti e detti –, il comportamento di Pio XII, sembra, non avrebbe mai dovuto dare adito a discussioni, anche sul solo piano delle vittime, a proposito delle quali egli ha sempre dichiarato che aveva «pari sollecitudine per tutti», «... per tutti coloro che soffrono moralmente e materialmente [...] in Germania come nel resto del mondo [...] in uno schieramento o nell'altro [...] che siano figli della Chiesa o che non lo siano»26. Era l'unico modo per non «immischiarsi nei contenziosi specifici dei belligeranti», di non prendere partito per l'uno contro l'altro, come imponevano tutti gli imperativi di tutte le morali religiose o altre, e di «affrettare la fine del flagello» – «di questo massacro reciproco [...] insopportabile», come dice nella sua lettera a Mons. Preysing –, nei limiti delle possibilità concessegli dalla sua carica apostolica. Della cura per la fine della guerra e della sollecitudine del Papa per alcune soltanto tra le vittime i suoi accusatori hanno fatto, sul tema de Il Vicario, i due temi di un'alternativa entro cui il secondo avrebbe dovuto avere la meglio sul primo. Opponendo un rifiuto a questa sollecitudine selettiva, Pio XII ha dato prova del fatto che tra lui e i suoi accusatori c'era soltanto una differenza di elevatezza di vedute. A due riprese, d'altronde, in Polonia nel 1939 e in Olanda nel 1942, il suo intervento in questo senso aveva soltanto reso ancora più atroce la sorte delle vittime, e ancora più grande il loro numero, compromettendo al contempo – era chiaro – le sue possibilità ulteriori riguardo al ritorno alla pace.

Non diremo niente di questo modo che ha Rolf Hochhuth di parlare della «colpevolezza di tutti noi» e di designare il Papa come «il rappresentante» di questa colpevolezza generale. È un fenomeno psicologico ben noto quello che consiste, per un colpevole, nel reagire in primo luogo gridando di non essere l'unico colpevole, e di vedere attorno a sé soltanto gente altrettanto colpevole quanto lui. Non è meno noto che la prima preoccupazione di molti colpevoli, quando si trovano tra loro, è di ricercare al di fuori del loro gruppo il responsabile della loro manchevolezza comune. Ed è un fatto costante che lo trovino sempre: seguendo il favolista, il Petit Larousse [vocabolario francese, N.d.t.] lo designa con il nome di «capro espiatorio». In questa faccenda di Hitler, il bambino appena uscito dalle fasce, e poi il ragazzino che, all'epoca, Rolf Hochhuth era, non è evidentemente gravato da alcuna responsabilità. La sua reazione è altrettanto ben attestata nel catalogo dei fenomeni costanti e non meno noti: all'età delle prese di coscienza, semplicemente, egli si è trovato all'improvviso di fronte alle responsabilità del suo prossimo – ad esempio, di suo padre e dei suoi correligionarî protestanti più anziani di lui, il cui ruolo non fu trascurabile nell'ascesa al potere di Hitler in Germania, e quindi nella guerra, e pertanto in tutte le sue conseguenze. Senza dubbio egli, per quanto innocente, apparteneva ad un gruppo di colpevoli, ed è questo che gli risultò insopportabile. L'onore del gruppo: è sempre Rodrigo che si risente più vivamente dello schiaffo ricevuto da suo padre, ed è sempre a lui che Don Diego si rimette [3] . Nella fattispecie, Rodrigo-Hochhuth aveva molti padri. E, per tutti questi protestanti che si sentivano qualcosa sulla coscienza, lo schiaffo era questo Papa la cui coscienza era tranquilla, la cui reputazione non aveva minimamente risentito del suo comportamento prima e durante la guerra. La sconfitta di Lutero. Ruoli invertiti: il diritto dalla parte di Don Gormas. Avendo molti padri, Rodrigo aveva, in più, poco coraggio: per brandire la spada, attese prudentemente che Don Gormas fosse morto.

Ma poniamo fine alla similitudine.

Che, ripiegando sulla «colpevolezza di noi tutti», Rolf Hochhuth sia provvisoriamente riuscito a mettere fuori questione la colpevolezza del suo gruppo, a diluirla, ad annegarla in questa pretesa colpevolezza generale, e a rendere a questo suo gruppo una coscienza di nuovo pulita, non è meno dubbio di quanto non lo sia la sua personale "innocenza" (nei due sensi della parola, d'altronde, e preferibilmente nel senso di "stupidità"). Si ha pertanto l'impressione che egli abbia voluto soprattutto attenuare la portata della sua incoerenza, e lo si sarebbe lodato per questo, se non fosse stato il modo peggiore di tutti per scusarsi giustificandosi. Infatti, ci si permette di domandagli, quale operazione dello spirito è più volgare e, in certi casi, più odiosa? (Ad esempio, nel caso dell'uomo politico e dell'industriale che ne ispira il pensiero, i quali estendono le responsabilità di una guerra o di un trattato di pace al montatore della Renault). Se «siamo tutti colpevoli» della morte degli Ebrei, perché, in effetti, non dovremmo esserlo tutti della guerra? Perché, fra tutti noi, uno solo  merita di essere messo alla berlina? Perché soltanto alcuni meritano di essere puniti, e ancor più severamente? Perché Rolf Hochhuth figura tra i più accaniti nel reclamare che questi «alcuni solamente», a Francoforte o altrove, siano puniti? Un giorno, qualcuno ha preteso che «siamo tutti assassini»: lo stesso tema, ma per dimostrare che non c'erano giudici tra noi, e, indipendentemente dal valore della formula, bisogna convenire che quello era, comunque, di un altro formato intellettuale.

Delle spiegazioni e giustificazioni di  Rolf Hochhuth che fossero degne di essere tenute per buone rimane soltanto quella mediante la quale egli si presenta come «un avvocato della Chiesa cattolica». Non faremo commenti su questo: anche il ridicolo ha i suoi diritti e bisogna accordargli la sua parte.


II.  Il diritto all'affabulazione

I sostenitori di Rolf Hochhuth hanno evidentemente tentato di schivare il dibattito di fondo. In primo luogo, gli argomenti che furono loro opposti non sono mai stati oggetto di smentita da parte di nessuno di loro: non potendo contestarne le informazioni, li accettarono per veri, ma li dichiararono insufficienti E, quanto a colui che aveva fornito loro il punto di partenza preciso costituito dalla sua accusa, il troppo celebre documento Gerstein, essi si accontentarono di procedere, in merito, per affermazioni: di pubblica notorietà, nel complesso. Poi si rifugiarono nelle verità generali sulla tradizione del teatro, che, a partire dai tragici greci fino a Paul Claudel passando per Shakespeare, Corneille, Racine, Molière, Schiller, Victor Hugo etc., era sempre consistita nel portare in scena i personaggi ispirandosi alla storia: da questo deducevano che, se Il Vicario di Rolf Hochhuth impressionava particolarmente, era perché si era permesso di mettere in scena un Papa, personaggio considerato da troppe persone come sacrosanto e intoccabile, e che non c'erano ragioni fondamentali perché si dovesse fare, per Pio XII, un'eccezione che non era stata fatta per Socrate, per Giulio Cesare, per Riccardo III, per Enrico VIII, per Cromwell, per Giovanna d'Arco e perfino per Alessandro VI Borgia, che, anch'egli, fu Papa.

D'accordo. Si aggiungerà perfino che gli autori che hanno messo in scena questi illustri personaggi si sono presi con la storia altrettante libertà quante se ne è prese Rolf Hochhuth, e che tuttavia nessuno li ha mai rimproverati con severità per questo. Per almeno due ragioni: da una parte, e perfino nel caso del poco scrupoloso Aristofane, che inventò il teatro politico, e finanche nel caso del rozzo Claudel, essi ci hanno presentato dei capolavori dello spirito, della cultura e dell'arte, mentre non si è trovato nessuno che osasse sostenere che, su questo triplice piano, Il Vicario non fosse altro che un oscuro polpettone; dall'altra parte, essi erano persone oneste, e, in apertura dell'edizione di ciascuna delle loro opere, facevano comparire un'avvertenza che citava le loro fonti, precisando bene quali libertà le necessità della messa in scena, la loro fantasia o le loro convinzioni li avevano indotti a prendersi con la storia. È anche per permettere agli autori queste libertà che non ingannano nessuno, né di fatto né nell'intenzione, che il teatro si è inventato questi personaggi fittizî, cameriere e altre confidenti, o confidenti maschili, che si denominano «parti secondarie». Invece Rolf Hochhuth ha fatto seguire all'edizione del suo Vicario un'«appendice storica» in cui dice «che non si usa appesantire un'opera teatrale»28 – il che mostra fino a che punto sia informato su che cosa si usi fare in materia – destinata, aggiunge, «a provare [che egli] non si è permesso di dare libero corso alla sua immaginazione se non nella stretta misura in cui era necessario per impiegare sulla scena i materiali storici grezzi di cui disponeva»29; egli si sarebbe attenuto «ai fatti provati o dimostrabili»30. Ma, leggendo questa appendice, ci si accorge che, oltre ai sofismi per mezzo dei quali si pretende di dimostrare la colpevolezza di Pio XII, si tratta soltanto, relativamente ai fatti stessi contro cui il Papa avrebbe dovuto protestare, di una dissertazione su testimonianze di seconda o terza mano, per la maggior parte senza riferimento preciso, o, se ne hanno uno, fornito nella forma: «un industriale il cui nome mi sfugge»31, «è possibile che...»32, «è parimenti possibile...»33. Queste testimonianze, per di più, non arrecano prove, ma soltanto una convinzione che è la stessa in tutti i casi, e che si può riassumere in questi termini: «La S.S. Kurt Gerstein che mi ha raccontato queste cose», o «che le ha raccontate al mio vicino, il quale le ha riferite a me, non può avere mentito». Testimoni di specchiata moralità, in qualche modo. E quali! Permettono a Rolf Hochhuth di dichiarare: «Nel 1942, quando [Gerstein] si presentò alla Nunziatura e fu congedato»34, e poi di insinuare: «il coraggio e l'abilità di Gerstein, che, essi soli, gli permisero di giocare per anni interi il suo temerario doppio gioco nella S.S., rendono plausibile che egli abbia potuto giungere fino a Mons. Orsenigo (il Nunzio del Papa a Berlino) in persona, quando tentò di  far conoscere al Nunzio apostolico alcuni dettagli sul campo di Treblinka. Conoscendo la veemenza dei suoi sentimenti e la sua determinazione piena di scaltrezza, si fatica a credere che si sia lasciato espellere dalla Nunziatura da un prete subalterno»35.

Questo è ciò che Ervin Piscator, colui che curò la messa in scena de Il Vicario, chiama «sviluppare artisticamente materiali non vincolati dal punto di vista scientifico»36, e Jacques Nobécourt «un costante riferimento alla storia»37. Grazie per l'arte, grazie per la scienza, grazie per la storia!


III. Ritratto  della S.S. Kurt Gerstein

Se si pensa che, stando a quanto dichiara Rolf Hochhuth, il problema consiste interamente nel sapere se davvero la S.S. Kurt Gerstein sia riuscita a far pervenire al Vaticano, nell'agosto del 1942, alcune informazioni su quanto si ritiene sia accaduto non nel campo di concentramento di Auschwitz,   come pretendono Jacques Nobécourt e Rolf Hochhuth, ma a Belzec e a Treblinka, è importante ricevere ragguagli il più precisi possibile su questa S.S. Kurt Gerstein. Esiste, a quanto pare, un documento che reca la sua firma, dove si dice che egli fu «obbligato a lasciare la Nunziatura quando vi si presentò», e che egli «raccontò questo a centinaia di persone, tra cui anche al Dr. Winter, curatore del vescovo di Berlino, pregandolo di farlo sapere al Papa»38. In proposito, Saul Friedländer, un altro procuratore generale in questa faccenda di Pio XII, conclude: «Non c'è nessuna ragione di credere che questo testo non sia stato inviato a Roma», e soggiunge che, «anche se questo non fosse accaduto, si è in diritto di supporre [sic] che un testo identico sia stato trasmesso al Sommo Pontefice da Mons. Preysing alla fine del 1942»39. È anche questo un nuovo modo di «non vincolare dal punto di vista scientifico» le verità storiche. E questi è professore di storia all'Institut Universitaire des Hautes Études Internationales a Ginevra! Nemmeno per un istante gli viene in mente – come invece viene in mente a tutti coloro che non sono completamente privi di buon senso e che si sono dati pena di leggere il documento firmato Gerstein – che, se veramente Gerstein ne avesse riferito il contenuto al Dr. Winter, quest'ultimo non avrebbe potuto che considerarlo pazzo40.

Comunque sia, la verità «non vincolata dal punto di vista scientifico» alla quale Rolf Hochhuth ha finito per avvicinarsi e che ha portato in scena è la seguente: nell'agosto 1942 il Nunzio del Papa a Berlino ha congedato la S.S. Kurt Gerstein, ma dopo averla ascoltata; l'indomani, un giovane gesuita della Nunziatura lo prende sul serio e, il 2 febbraio 1943, riferisce al Vaticano le informazioni che ha avuto da lui; per maggiore sicurezza, Gerstein lo raggiunge, riesce a farsi ascoltare, e così via. Il séguito si indovina: tutto arriva alle orecchie del Papa, e il Papa... tace!

È infatti importante, per la tesi sostenuta, che il Papa abbia saputo, e dettagliatamente. Non si vede perché, dato che, comunque, che egli abbia o non abbia saputo dettagliatamente, ciò non avrebbe cambiato nulla nel suo comportamento, data la concezione che egli aveva della sua missione apostolica, la sola accettabile riguardo a tutte le morali, e che consisteva – non lo si ripeterà mai abbastanza – nel reagire non in funzione di questa o quest'altra categoria di vittime, o di questo o quest'altro genere di morte che era stato loro inflitto, bensì in funzione della guerra stessa e delle possibilità di porvi fine. In entrambi i casi, d'altronde, l'unica arma che aveva a sua disposizione era l'intervento diplomatico, anche se Jacques Nobécourt, che lo ammette per Pio X41, non lo ammette per Pio XII. In ogni caso, questo intervento diplomatico fu da lui attuato ogni volta in cui egli seppe qualcosa, sia che si trattasse delle persecuzioni contro gli Ebrei oppure dei bombardamenti aerei. L'unica cosa che si sia in diritto di rimproverargli è che non lo fece mai in termini tali da significare  una presa di posizione in favore dell'uno o dell'altro dei belligeranti. Ma precisamente qui risiede il suo onore: mentre questa presa di posizione sarebbe stata legittima per un qualsiasi capo di Stato, non lo era più per il Vicario di Cristo. Che egli abbia saputo o meno, dunque, non ha importanza se non rispetto alla verità storica. Ebbene, egli non ha saputo, e il Card. Tisserant42, che invano si è tentato di usare contro Pio XII e che, per i suoi dissapori con il Papa43, non può essere sospettato, ha definitivamente troncato la questione:

«Noi fummo messi al corrente di Auschwitz – ha dichiarato il Cardinale – soltanto dopo l'arrivo degli Alleati in Germania»44.

Questa verità, se si vuole mantenere la decenza, non può essere messa sullo stesso piano di quelle di un Hochhuth, e nemmeno di un Piscator, di un Jacques Nobécourt o di un Saul Friedländer, e obbliga a dire qualcosa di più preciso di questa S.S. Kurt Gerstein e del documento che reca la sua firma.

Per me, la S.S. Kurt Gerstein è una vecchia conoscenza. Come io, per interesse verso un'Europa impensabile senza la Germania, preoccupato di non lasciare oscurare la verità storica sui campi di concentramento nei peggiori eccessi della germanofobia, ero stato messo sull'attenti da quel curato che era riuscito a persuadere tutta la Francia e perfino i giornalisti del mondo intero di aver visto migliaia e migliaia di persone entrare nelle camere a gas di Buchenwald e di Dora45, dove sapevo che non ce n'erano, allo stesso modo, il 31 gennaio 1946, ero stato messo in guardia da quel documento firmato Gerstein in cui si diceva che, nei campi di concentramento della Polonia occupata, gli Ebrei erano «asfissiati» sistematicamente con infornate «di 750-800 persone» «in camere a gas di 20 metri quadrati [una versione del documento, poiché ce ne sono due, dice 25] di superficie al suolo» e «di 1 metro e 90 di altezza», soggiungendo che in totale «erano stati asfissiati in questo modo 25 milioni di Ebrei d'Europa». Il campo di Auschwitz era soltanto citato e, contrariamente al caso di Belzec e di Treblinka, la S.S. non aveva visto di persona, ma aveva tratto deduzioni da fatture di [gas] Zyklon B che aveva fornito egli stesso a questo campo di concentramento. Mi si scuserà, ma io ho subito pensato che un uomo capace di dire simili enormità o non esisteva affatto, o era soltanto un pazzo46; che coloro i quali prendevano sul serio queste asserzioni erano di competenza della psichiatria; che tali affermazioni si inscrivevano nel quadro della germanofobia allo stato più patologico, e, a motivo del credito che tuttavia è stato loro accordato, si comprenderà che io abbia voluto averne la coscienza pulita. Ecco dunque, in sintesi, quello che ho scoperto ed esposto altrove, in modo più dettagliato (e a quella sede rinvio gentilmente il lettore che ha cura  della verità assoluta)47:

1. Il documento Gerstein esiste in due versioni: una  tedesca, datata il 26 aprile 1945, l'altra francese, datata il 4 maggio 1945 – il che prova chiaramente che Pio XII non poteva averne conoscenza nel 1942 o agli inizi del 1943, come viene detto ne Il Vicario –, e, se queste due versioni partono dagli stessi fatti, non coincidono né nella loro presentazione né nell'enunciato.

2. Nessuna delle due è mai stata presentata integralmente davanti ad alcun tribunale, né ha mai costituito l'oggetto di alcuna pubblicazione ufficiale: è stata soltanto citata una versione, senza che si sappia  di quale si tratti, il 30 gennaio 1946 al processo dei grandi criminali di guerra a Norimberga, senz'altra indicazione del suo contenuto, il che significa che queste testimonianze, non essendo state presentate – malgrado l'insistenza del tribunale di allora48 –, non sono state considerate fondate, come accusa, né l'una né l'altra. Onestamente, occorre precisare che alcuni stralci, di cui è stato impossibile verificare l'autenticità, sono stati conservati da altri tribunali, in altri processi, specialmente quello dell'industria che produceva il gas Zyklon B, nel gennaio 1948, e quello dei medici nel gennaio 1947, «per la ragione che questo documento era stato conservato nel processo dei grandi criminali», il che era falso, e «che non si sarebbe più potuto, in base al suo statuto, rimettere in causa» le decisioni di questo processo, e a Gerusalemme al processo Eichmann nel 1961, nella sua versione francese, al riparo della stessa ragione giuridica.

3. Il documento Gerstein attualmente è scomparso dal Deposito centrale degli archivî della Giustizia militare francese, così come «dal dossier del tribunale di denazificazione di Tübingen»49, che ebbe a conoscere i casi di quest'uomo nel 1949. Molto opportunamente: lo scandalo provocato da Il Vicario era arrivato a rendere la sua pubblicazione indispensabile e pressoché inevitabile, per mettere d'accordo tutti quanti. Domanda: chi aveva interesse a farlo sparire? Si noterà che, in questa faccenda di Pio XII, è la seconda volta che si segnala una sparizione di documento: il dossier n° 6 del Vaticano, si sa, è ugualmente sparito dagli archivî tedeschi e, in questo caso, non si tratta soltanto di un documento, bensì di un intero fascicolo. Si ruba facilmente negli archivî, di questi tempi. E non sembra, per altro, che le autorità responsabili della custodia dei depositi si siano preoccupate di questo fatto: non si è organizzata la minima inchiesta. La sparizione del dossier n° 6 del Vaticano dagli archivî tedeschi è sicuramente grave, ma in certa misura vi si può porre rimedio: rimangono quelli degli Inglesi e degli Americani, a proposito dei quali si può sperare che non siano esposti al saccheggio come sembrano esserlo quelli francesi e quelli tedeschi, e che indubbiamente consentiranno i necessarî recuperi. Rimangono anche gli archivî del Vaticano. Ma in questo caso vige la norma dei cento anni di intervallo, senza contare i possibili ritardi: attualmente, si è all'anno 1849 – per gli archivî politici, s'intende, non per gli Acta Apostolicae Sedis, che si pubblicano in latino giorno per giorno. Credo di poter affermare che, a causa delle polemiche provocate da Il Vicario, si farà un'eccezione per il periodo nazista; addirittura vi si sta già lavorando50, ma il passaggio sul soglio petrino di colui che già viene chiamato «il Papa buono Giovanni XXIII» non è stato di natura tale da facilitare le cose, né da attivarle.

Ci sono anche gli archivî russi, ma, date le ben note abitudini dei Russi in materia di storia, non si deve contare troppo su questi, almeno finché non sarà passato molto tempo.

Per ritornare al documento Gerstein, è molto più grave che esso non sia stato oggetto di nessuna pratica diplomatica, cosicché, se l'originale delle sue dichiarazioni – in due lingue 51– è scomparso, non ne resta più alcuna traccia. In questo modo non sarà più possibile verificarne l'autenticità. Rimane, sì, una delle due versioni, quella tedesca, resa pubblica dallo storico tedesco Rothfels, ma questa versione, già molto sospetta per le modifiche ingenuamente ammesse in alcune note a piè di pagina, che essa contiene rispetto all'originale, se non si ritrova questo originale, non sarà più che un «si dice...». Rimane anche la versione francese, resa pubblica durante un processo al Tribunale di Gerusalemme52, ma, se l'originale è scomparso, ciò significa che questa versione non è stata ripresa da esso, e che, malgrado il valore giuridico conferito ad essa dal Tribunale di Gerusalemme, essa non ha alcun valore storico: i processi medievali per stregoneria sono pieni di testimonianze di valore simile. E, d'altra parte, rimangono le differenze che questa versione presenta rispetto a quella tedesca di Rothfels.

4. Resta, tuttavia, da chiarire che tipo di uomo fosse la S.S. Kurt Gerstein. Era già morto quando, il 30 gennaio 1946, si parlò di lui per la prima volta al Tribunale di Norimberga; la data della sua morte è presentata come nota: il 25 luglio 1945. Ma non si sa né dove sia morto né che fine abbia fatto il suo cadavere53, e questo getta dubbî anche sulla data stessa della sua morte. Quanto alle circostanze di questa morte: arrestato a Rottweil, in Germania, da alcuni soldati francesi al loro arrivo, sarebbe stato consegnato alla sicurezza militare americana, che, dopo averlo interrogato, lo avrebbe consegnato alla sicurezza militare francese, la quale a sua volta lo avrebbe instradato verso una prigione militare di Parigi per un interrogatorio supplementare. Quale, non si sa; il documento su cui ci si basa dice solamente: «la prigione militare di Parigi»54, il che è una stranezza inattesa, in quanto non specifica quale. In questa prigione militare non meglio precisata55, Gerstein, un mattino, sarebbe stato trovato impiccato. Poi, più nulla: «Notte e nebbia» fitta. Siamo nell'èra della sparizione misteriosa di documenti, di uomini, perfino di cadaveri, e presto sarà più facile ricostruire quello che accadde venti secoli avanti Cristo tra gli Eschimesi o gli Ottentotti, piuttosto che i fatti avvenuti la settimana scorsa a Parigi. Che cosa accadde alla S.S. Kurt Gerstein dopo il 4 maggio 1945? Non se ne sa nulla, ma non è escluso che si possa ancora riuscire a saperlo: forse basterebbe soltanto chiamare a testimoni i due ufficiali americani che lo interrogarono, dei quali sono noti i nomi e gli indirizzi. Dico «forse», poiché si può formulare un'ipotesi secondo la quale essi si limiterebbero a confermare che la S.S. Kurt Gerstein aveva detto tutto quanto compare nel documento che reca la sua firma – se pure è la sua – soltanto perché costretto, nel corso o al termine di un interrogatorio del tipo «le confessioni più dolci», ed era semplicemente morto tra le loro mani già a Rottweil. In questo caso, il trasferimento in quella prigione militare di Parigi non meglio specificata sarebbe stato una pura invenzione per dissimulare il crimine, e questa sarebbe la ragione per cui non si sa di quale prigione si tratti.

In tutte le altre ipotesi immaginabili, gli ufficiali americani parleranno e, a partire da quello che hanno fatto di Gerstein dopo averlo interrogato, si potrà, a poco a poco, ricostruire l'itinerario che lo ha portato alla morte, determinarne le circostanze, forse perfino ritrovare il suo cadavere, e, al contempo, si potrà stabilire l'autenticità del documento che gli è attribuito.

Finora ci si è ben guardati dall'interrogare quei due ufficiali. Finché non ci si decide a farlo, essendo il documento attualmente scomparso, tanto vale dire che non è mai esistito.

E, malgrado tutta la competenza di Rolf Hochhuth e dei suoi sostenitori nello «svincolare dal punto di vista scientifico» le verità storiche, Il Vicario non riposa più su nulla.

Si comprende, allora, come mai, ogni volta in cui qualcuno ha tentato di portarli sul terreno che è appunto quello della storia, essi si siano sottratti.


IV.  I testimoni d'urto

C'è, per contro, un terreno sul quale i sostenitori di Rolf Hochhuth sono stati molto prolissi, addirittura fino all'indecenza: quello dei testimoni d'urto. Sotto questo aspetto, siamo stati veramente viziati: Albert Camus, François Mauriac, Albert Schweitzer, Thomas Mann etc.

In una conferenza tenuta presso i Domenicani il 28 novembre 1945, Albert Camus, riferendosi a Pio XII, ebbe a dire:

«C'è una voce che avrei desiderato udire durante quegli anni terribili. Mi si dice che essa ha parlato: io constato che le parole che ha detto non sono pervenute fino a me»1.

Albert Camus, Premio Nobel: c'è da sprofondare sotto terra. Tuttavia, si farà molto umilmente notare che, se si dovesse radiare dalla storia tutto quello che Albert Camus non ha né visto né udito, non ne rimarrebbe gran che. Ragionando in questo modo, egli stesso a sua volta sarebbe radiato dalla storia da un notevole numero di persone. Indubbiamente era un grande filosofo, ma non è certo nell'esprimersi così che ne ha dato la prova migliore.

Non si sarà meno umili davanti al grandissimo scrittore che è François Mauriac, anch'egli Premio Nobel, che, nella prefazione a un libro di Leon Poljakov2, ha scritto:

«Non abbiamo avuto la consolazione di udire il successore del galileo Simon Pietro condannare chiaramente, nettamente, e non mediante allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli «fratelli del Signore». Al venerabile Card. Suhard, che d'altronde ha fatto tanto, nell'ombra, per loro, io chiesi un giorno, durante l'occupazione: «Eminenza, ordinate di pregare per gli Ebrei...»: egli alzò le braccia al cielo. Non c'è dubbio che l'occupante avesse mezzi di pressione irresistibili e che il silenzio del Papa e della gerarchia sia stato uno spaventoso dovere: si trattava di evitare mali peggiori. Rimane vero, comunque, che un crimine di questa portata ricade per una parte non trascurabile su tutti i testimoni che non hanno gridato, qualsiasi siano state le ragioni del loro silenzio».

Alexis Curvers ha raccontato, con molto spirito3, le successive metamorfosi di questo testo, di cui, in origine, Rolf Hochhuth aveva ripreso soltanto la prima frase. La falsificazione, quanto al senso, era evidente. Fu còlta in flagrante delitto dal R.P. Marlé4 che la notò per primo; quindi gli editori finirono per presentare, in numerose edizioni, il testo completo. Ma io sono in possesso di un esemplare di un'edizione tedesca nella quale l'editore, non potendo effettuare la correzione se non a prezzo di un rimaneggiamento dell'impaginazione, ha addirittura fatto saltare ogni esergo, ossia due forme, e ne consegue che la prefazione di Ervin Piscator incomincia nel bel mezzo di un paragrafo. In compenso, l'edizione americana che ha ristabilito il testo integrale di François Mauriac comprende, in più, una lettera del Dr. Albert Schweitzer: alla gloria di Rolf Hochhuth non mancava che questo.

Per finire con François Mauriac, ecco come Alexis Curvers giudica la sua testimonianza:

«Il Cardinale, molto fortunatamente per il signor Mauriac, non ha prescritto le preghiere pubbliche che questi reclamava: egli ha, tuttavia, pubblicato una protesta, il che non ha fatto il signor Mauriac; egli ha agito nell'"ombra", il che non impedisce al signor Mauriac di dichiararlo al contempo venerabile e responsabile di un crimine.

Malgrado i mezzi di pressione irresistibili dell'occupante, malgrado lo spaventoso dovere del silenzio, e malgrado i mali peggiori che si trattava di evitare, il signor Mauriac esigeva dal Papa, dalla gerarchia e da tutti i testimoni un grido che è ben lontano dall'avere emesso egli stesso, ma che, vent'anni dopo, sarebbe servito come tema ossessivo nella campagna contro Pio XII, già interamente contenuta in queste quattro frasi del signor Mauriac».

Non si potrebbe dire di meglio. Occorre tuttavia aggiungere che, all'epoca dei fatti, François Mauriac era molto più preoccupato di quello che si diceva a Vichy e delle disposizioni prese riguardo a lui dal luogotenente Heller della Propaganda-Staffel [Squadra di Propaganda] che non di quanto si dicesse in Vaticano. Straordinario potere di una voce del tipo «sono quasi al di sopra del tempo»5: essa copre tutte le altre.

Della lettera che, da Lambaréné, il Dr. Albert Schweitzer scrisse il 30 giugno 1963 all'editore tedesco di Rolf Hochhuth si presenteranno qui soltanto le tre frasi essenziali:

1. «In qualità di testimone attivo del fallimento di quest'epoca [quella della persecuzione degli Ebrei], io credo che dobbiamo preoccuparci del problema posto da questo evento storico».

Così veniamo a sapere che il Dr. Albert Schweitzer è stato un testimone attivo. Contro chi? Contro Hitler, va da sé. Venti anni dopo, è sempre bene saperlo.

2. «Dopo tutto, la Chiesa cattolica non è l'unica responsabile: anche la Chiesa protestante lo è. Ma la Chiesa cattolica porta la maggiore responsabilità, poiché rappresentava una potenza organizzata, sovranazionale, posta in una situazione molto favorevole per poter fare qualcosa, mentre la Chiesa protestante era disorganizzata, nazionale e impotente».

Il Dr. Albert Schweitzer è protestante e non sorprenderà nessuno il fatto che predichi in favore della sua Chiesa. Gli si farà presente, tuttavia, che in Germania la Chiesa protestante rappresentava una forza ben più potente (con 40-45 milioni di fedeli) della Chiesa cattolica (con 20-25 milioni), e che i suoi pastori non si distinsero particolarmente nel 1933 per impedire a Hitler di giungere al potere – anzi, tutto l'opposto –, mentre l'episcopato cattolico faceva votare contro di lui6.

3. «È significativo che Il Vicario sia comparso. È non soltanto la condanna del silenzio di una personalità storica, non soltanto un verdetto storico, ma un avvertimento alla nostra epoca, che si abbandona a una strada totalmente deprivata di umanità».

Un verdetto storico? L'idea che la storia pronunci verdetti è sicuramente molto diffusa nei tristi tempi che corrono. Non meno certamente, quello che è reso in questi termini dal Dr. Albert Schweitzer e che non teme di identificare un Rolf Hochhuth con la storia non oltrepasserà nemmeno il livello di questa mediocrità. A nessuno può ormai sfuggire la caratteristica comune alle tre frasi citate: la prima è una pubblicità per la sua persona di «testimone attivo»; la seconda è una pubblicità per la sua Chiesa, «colpevole anch'essa», ma molto meno della Chiesa cattolica e senz'altro scusabile; quanto alla terza, è un richiamo discreto all'impresa che dirige a Lambaréné, che, per mezzo di una pubblicità molto accorta, ha saputo utilizzare a meraviglia per farsi designare agli occhi di un mondo intellettualmente sconcertato come esempio di virtù umanitarie, ma che, agli occhi di un notevole numero di persone acute7, appare sempre più come quasi unicamente commerciale.

Ed è sufficiente leggere  Les Mots [Le Parole, N.d.t.]8, capolavoro di Jean-Paul Sartre, che discende da Schweitzer per parte femminile e dunque lo conosce bene, per non dubitare più che questo senso della pubblicità, confermato dal signor Morvan Lebesque in un reportage9 che fece a Lambaréné, si trasmetta ereditariamente.

Il caso di Thomas Mann è un poco differente: questo scrittore tedesco, che si era reso celebre nel 1901, all'età di ventisei anni, per un notevole romanzo di analisi sociale, I Buddenbrook, nel 1914 si era segnalato all'attenzione dei circoli intellettuali francesi per l'influsso che aveva esercitato in favore della Prima Guerra Mondiale nei circoli intellettuali tedeschi10. Si deve credere che, per lui, la guerra fosse un bisogno: dal 1933, si mise al servizio della Seconda. In un quarto di secolo, tuttavia, le sue ragioni filosofiche avevano fatto un completo giro di boa: dal pangermanismo era passato all'antinazismo. Ma, quanto al nazismo, egli aveva preso la precauzione di lasciare a noi il compito di abbatterlo, dato che, ai primi segni premonitori del pericolo che esso rappresentava per lui, non ebbe altra fretta che di correre a porre in salvo negli Stati Uniti la propria preziosa persona. Insomma, un grandissimo scrittore, anch'egli Premio Nobel, ma anche un banale trombone. In virtù di questo, contrariamente ai suoi co-dignitari della Libera Accademia Svedese che si limitarono, a cose fatte, a frasi generiche sull'orrore di eventi dei quali non avevano la minima conoscenza, egli si pronunciò durante il loro svolgimento, al livello della loro materialità, che egli garantiva: laggiù egli era in realtà più vicino a quello che stava accadendo in Europa, e ne era il testimone più diretto. È così che, disponendo di otto minuti al mese sulle antenne della BBC, poté tuttavia fornirci ragguagli molto precisi sui minimi avvenimenti di Polonia, ed essere il primo, nel novembre 1941, a segnalare in quella sede massacri di Ebrei e di Polacchi, e poi, nel gennaio 1942, sterminî di Ebrei olandesi per mezzo del gas.

Non si sa quali fossero le fonti di Thomas Mann: può essere che siano le stesse di cui disponeva un certo Ralf Feigelson, che riassume nel seguente modo, datandole, tutte le informazioni venute dalla Polonia:

«Fin dai primi massacri su vasta scala nell'Est dell'Europa, i membri della Resistenza ebraica e polacca avevano allertato l'opinione mondiale. Alla fine del 1941, la Resistenza di Lodz informava Londra sui fatti di Chelmno. Il 16 marzo, il 3 agosto e il 15 novembre 1942 tre rapporti sono spediti da Varsavia. Nell'aprile del 1943 il ghetto [ebraico] di Bialystock lancia un S.O.S. Queste grida di allarme che giunsero a destinazione...»12.

A mia conoscenza, non è mai stata trovata traccia di un'informazione destinata a Londra riguardo a quanto accadeva a Chelmno alla data di «fine 1941», una traccia che sia di natura tale da permettere di affermare che Londra ne abbia preso atto. Ma è possibile che una lettera di Riegner al Congresso ebraico mondiale a Ginevra, indirizzata all'Ambasciata degli Stati Uniti a Berna l'8 agosto 194213, si fondi sul rapporto partito da Varsavia il 16 marzo. La questione che si pone è soltanto di sapere in quale data il Vaticano sia stato informato e che reazione abbia avuto. Quello che si può affermare con certezza è che per la prima volta furono resi noti ad esso alcuni fatti precisi, il 26 settembre 1942, per mezzo di una lettera indirizzata da Myron Taylor, rappresentante personale di Roosevelt presso il Papa, al Segretario di Stato Mons. Maglione14. In questo documento si tratta della liquidazione del ghetto di Varsavia, di «esecuzioni di massa» a Belzec, di massacri, di deportazioni di quaranta persone per vagone verso la Lituania e Lublino o Theresienstadt, etc. Vi si dice, sì, che «i cadaveri sono utilizzati per la fabbricazione di grassi* e le ossa come pastura», ma non vi si parla delle camere a gas. Queste informazioni sono presentate dalla lettera come provenienti dall'Agenzia ebraica di Ginevra in data 30 agosto 1942: l'Agenzia afferma di avere ricevuto quelle notizie «da due testimoni oculari assolutamente attendibili [ariani], uno dei quali è giunto dalla Polonia il 14 agosto», ma di nessuno dei due è fatto il nome.

Mons. Maglione rispose il 10 ottobre 1942, e, a quanto ci dice Tittmann, principale collaboratore di Myron Taylor, la sua risposta fu di questo tenore:

«Dopo avere ringraziato l'ambasciatore Taylor di avere portato la questione all'attenzione della Santa Sede, la nota [di Mons. Maglione] dichiara che alla Santa Sede sono pervenuti, parimenti, diversi rapporti provenienti da altre fonti in merito alle misure severe prese contro certi non-ariani, ma che, fino al momento presente, non è stato possibile verificare la loro esattezza...»15.

Come si comprende che la Santa Sede abbia sentito il bisogno di verificare l'esattezza di tali informazioni!

Altrettanto bene si comprende anche il fatto che, il 5 gennaio 1943, in un colloquio con lo stesso Tittmann, Pio XII abbia potuto dichiarargli che, «se temeva che i rapporti di atrocità segnalati dagli Alleati fossero fondati, la sua impressione era che potessero essere stati esagerati, in una certa misura, a scopo di propaganda».

A questa data era stata pubblicata la dichiarazione interalleata del 18 dicembre 1942 sulla sorte delle popolazioni ebraiche d'Europa trasportate nell'Est. Vi si menziona la messa in «pratica dell'intenzione, spesso ripetuta da Hitler, di sterminare la popolazione ebraica d'Europa»**, il «loro trasporto in condizioni di brutalità e di orrore spaventosi», «persone fisicamente sane lentamente sterminate dal lavoro nei campi», «infermi condannati a morire per malnutrizione», «vittime il cui totale raggiunge le centinaia di migliaia»16, ma, anche qui, non si fa menzione di camere a gas. Conoscendo grazie a Myron Taylor le fonti dubbiose delle informazioni riprese da questa dichiarazione17, Pio XII non poteva non sentire il bisogno di verificarne l'esattezza.

Sugli sterminî attuati per mezzo dei gas, quello che ne aveva detto il defunto Thomas Mann a partire dal gennaio 1942 era passato totalmente inosservato. Sembra che la prima volta in cui se ne trattò, in modo tale che l'autenticità ne fu accreditata nelle cerchie governative e diplomatiche alleate, possa essere datata nel novembre 1943, allorché uscì a Londra un libro di un professore israelita di Diritto dell'Università di Varsavia che si era rifugiato là nel 1939: Axis Rule in Occupied Europe [Il governo dell'Asse nell'Europa occupata, N.d.t.], di Rafael Lemkin. Eppure questo libro fu accolto con molte riserve: bisogna convenire che quella dei milioni di Ebrei sistematicamente sterminati nelle camere a gas era una notizia di per sé difficilmente credibile, tanto più che l'accusa era presentata da un uomo la cui qualità di testimone non era più accettabile che nel caso di Thomas Mann. Londra, in ogni modo, non sembra averne fatto oggetto di nessun intervento diplomatico.

C'è anche il Rapporto del Dr. Reszö Kasztner, presidente del Comitato di Soccorso degli Ebrei di Budapest. che tratta di massacri di Ebrei nell'Est europeo, conosciuti dal suo autore verso la fine del 1942, e di camere a gas della cui esistenza egli venne a sapere nell'estate del 1943. Questi è un testimone diretto per l'Ungheria, e, attraverso un servizio di informazione che aveva creato, è un testimone di seconda mano per la Slovacchia, la Boemia-Moravia, la Polonia, la Romania e l'Austria. L'Ungheria fu invasa dalle truppe tedesche soltanto il 19 marzo 1944. Fino ad allora, il Dr. Reszö Kasztner tenne molto liberamente contatti con un'organizzazione giudaica parallela alla sua, la cui sede era a Costantinopoli, capitale della Turchia, un paese neutrale in cui gli Ebrei non furono mai perseguitati. Non sembra che, dopo l'invasione dell'Ungheria, i Tedeschi abbiano impedito le comunicazioni degli Ebrei di Budapest con quelli di Costantinopoli, al contrario18. Dalla fine del 1942 all'invasione dell'Ungheria da parte delle truppe russe, dunque, il Dr. Kasztner tenne informata l'organizzazione giudaica di Costantinopoli su tutto quello che sapeva o che credeva di sapere. A partire da là, che ne era delle informazioni trasmesse? Non se ne sa nulla. Quando, il 18 marzo 1944, Joël Brand, inviato agli Alleati da Eichmann per trattare dello scambio di un milione di Ebrei contro diecimila camion, giunse a Costantinopoli, la prima domanda che gli posero i suoi corrispondenti ebrei turchi è la seguente: «Le deportazioni erano incominciate?»19. Questo prova, pertanto, che essi avevano rapporti ben poco stretti con le ambasciate inglese e americana. E, quando li invitò a mandare un telegramma, la risposta fu: «Non è così semplice... Non siamo nemmeno certi che i nostri telegrammi arrivino e che non vengano interrotti»20. Allora egli raccontò loro ciò che accadeva, ma non gli si credette. Riuscì ad entrare in contatto con Lord Moyne, responsabile inglese per la Palestina, ma questi lo fece incarcerare come impostore20. Infine, il Rapporto Kasztner fu redatto dal suo autore, allora rifugiato in Svizzera, soltanto nel corso dell'anno 1945; fu ufficialmente preso in considerazione per la prima volta il 13 dicembre 1945 dal tribunale di Norimberga22 e reso pubblico, in lingua tedesca, in una versione molto lontana dall'originale, soltanto durante l'anno 1961, dall'editore Kindler di München, durante il processo Eichmann23.

Che si possa esigere da Pio XII che fosse meglio informato degli Alleati è difficile da sostenere.

Almeno, si ribatterà, egli poteva fidarsi degli Alleati e accettare le loro informazioni nello stato in cui gliele facevano pervenire, in particolare la lettera di Myron Taylor del 26 settembre 1942 e la risoluzione alleata del 18 dicembre 194224: e perché non avrebbe dovuto cercare prove rispetto a queste informazioni, con la medesima riserva applicata dagli Alleati stessi verso i loro informatori?

Certo che doveva verificare: ma di quali mezzi disponeva? Dei suoi Nunzî apostolici, null'altro. Ora, egli non ne aveva in Polonia, essendosi rifiutato di riconoscere questo Stato nei limiti entro i quali Hitler lo aveva ridotto. Ne aveva in Slovacchia, in Ungheria, ad Ankara e altrove, è vero. Ma ogni volta in cui costoro gli hanno segnalato delle angherie, egli si è informato e ha dato loro istruzioni nel senso di un provvedimento di protesta. Il lettore conosce già la fine che hanno fatto tutte le proteste del Vaticano che si affastellavano «a cassetti pieni» nell'ufficio di Ribbentrop. Joël Brand menziona ripetuti interventi del Papa, attuati sia direttamente sia per mezzo dei suoi Nunzî, in Slovacchia nel 1941, 1942 e 1943, in Ungheria dal maggio al giugno 194425. Ecco, tuttavia, la sorte che ebbe un intervento di Mons. Orsenigo, Nunzio a Berlino, presso Hitler stesso:

«Qualche giorno fa – disse il Nunzio – ebbi l'incarico di recarmi a Berchtesgaden, dove fui ricevuto da Hitler. Nel momento in cui presi a trattare la questione degli Ebrei e del Giudaismo, l'amenità della conversazione cessò immediatamente. Hitler mi voltò le spalle e si allontanò verso la finestra, dove si mise a tamburellare sul vetro con le dita. Potete immaginarvi quanto fosse penosa la mia situazione, dato  che fui costretto ad esporre la mia richiesta mentre il mio interlocutore mi dava le spalle. Io tuttavia feci il mio dovere. Hitler, allora, si voltò nuovamente verso di me all'improvviso, si diresse verso un tavolo sul quale si trovava un bicchier d'acqua, afferrò il bicchiere e, con rabbia, lo scagliò a terra. Davanti a questo gesto altamente diplomatico, dovetti considerare terminata la mia missione»26.

Quello che è certo, e quello che si rimprovera a Pio XII, è che i suoi interventi erano fondati soltanto su fatti verificati dai suoi servizî d'informazione, che erano sempre formulati per vie diplomatiche e in stile diplomatico (ma Jacques Nobécourt osserva egli stesso, a proposito di Pio X, che un Papa non ha altri mezzi a sua disposizione27: allora perché quello che vale per Pio X non dovrebbe valere per Pio XII?) e che avevano sempre mantenuto il carattere di «proteste contro tutte le atrocità, da qualsiasi parte provenissero», nella stessa forma di quelle che, ad esempio, presentava agli Inglesi e agli Americani a proposito dei bombardamenti aerei contro le popolazioni civili. Era l'unica forma di protesta compatibile con la sua missione apostolica di «paternità totale», che, per quanto unicamente e anche imperfettamente, può fare avvertire il problema della Sabina divisa in modo straziante tra suo fratello e suo marito opposti l'uno all'altro dai genitori dei due schieramenti avversi. [Il riferimento è alla celebre storia degli Orazî e dei Curiazî, narrata da Livio, n.d.t.]

Ed è il suo onore, lo ripetiamo.

Ma questa puntualizzazione su quello che Pio XII venne a sapere, e a quali date, non perseguiva altro scopo se non quello di permettere di apprezzare nel loro giusto valore i «testimoni d'urto» di Rolf Hochhuth e soci, e di porre in evidenza che una persona può essere al contempo un talento consacrato e, moralmente, un uomo tutto sommato limitato. Eccezion fatta, naturalmente, per il Dr. Schweitzer, la cui consacrazione non deve nulla al suo talento letterario, ma soltanto a un esibizionismo accortamente posto al servizio di un senso commerciale particolarmente acuto.


V.  Saul Friedländer e gli archivî tedeschi

Uno dei numerosi peroratori della causa che si alternarono al banco di accusa, ciascuno dopo che il precedente aveva dato fondo a tutto il suo arsenale di argomenti e come per compensare le sue manchevolezze, merita una menzione speciale: si tratta dell'ultimo in assoluto che sia entrato in lizza, ossia Saul Friedländer, citato già più volte nella presente opera. Cittadino israelita nato a Praga, Saul Friedländer, ben prima della pubblicazione del suo libro, Pio XII e il III Reich28, beneficiò di una campagna pubblicitaria senza precedenti per un autore, la quale diede l'impressione che egli si fosse lanciato nello studio dei documenti tedeschi relativi alla questione de Il Vicario in modo simile a un giovane lupo lasciato libero in un ovile. Il suo intento era quello di polverizzare tutti coloro che dubitavano della fondatezza della tesi di R. Hochhuth: si sarebbe visto quello che si sarebbe visto.

Egli vide, dunque, ed ecco che cosa vide:

1. Un libro di 238 pagine in-16°, di cui circa due terzi sono occupati da commentarî dell'autore, documenti di fonti non tedesche (agenzia giudaica, archivî israeliani, inglesi, americani), passi tratti da altri autori (Poliakov, Nobécourt etc.), e una postfazione di Alfred Grosser. Su questa base occorre concludere che questo dossier del Vaticano negli archivî tedeschi, costituito da nemmeno un centinaio di piccole pagine, è veramente molto esiguo. E le relazioni tra il Vaticano e il III Reich tutt'altro che strette. Saul Friedländer, è vero, ci dice di avere ritrovato solo cinque dossier, di cui il quinto faceva menzione di un sesto che è sparito. E se questo sesto annunciava un settimo, il settimo un ottavo, e così via? Questa sparizione di documenti di cui non è possibile valutare il numero obbliga l'autore a limitare la sua ricerca al 16 ottobre 1943, ed egli l' ha deliberatamente incominciata soltanto a partire dal 3 marzo 1939; ora, i rapporti tra Pio XII e il III Reich incominciarono quando il primo era ancora soltanto il Cardinale Segretario di Stato Pacelli, il 30 gennaio 1933, e continuarono fino all'aprile 1945: ciò fa sì che questa ricerca si estenda solamente su quattro anni e mezzo entro un periodo che ne durò dodici. Limitata nel tempo, questa ricerca è tale anche nel campo d'indagine: Saul Friedländer ci presenta Pio XII non attraverso il dossier del Vaticano al ministero degli Esteri del III Reich, ma solamente attraverso la corrispondenza del suo ambasciatore presso il Vaticano con il Segretario di Stato del ministero in questione. Inoltre, egli ci presenta soltanto i rapporti dell'ambasciatore stesso o dei suoi collaboratori, e mai i testi delle istruzioni che li hanno motivati. Mentre la tendenza degli storici moderni è, sempre più, quella di contestualizzare i fatti entro il loro quadro storico sul piano sia cronologico sia geografico, per ottenere il massimo dell'oggettività possibile, la tendenza di Friedländer è invece quella di isolare il più possibile i fatti da questo quadro.

2. La limitazione della sua ricerca nel tempo, facendola incominciare soltanto dal 3 marzo 1939, permette di passare sotto silenzio i rapporti tra Pio XII e il III Reich per tutto il periodo che intercorre fra il 30 gennaio 1933 e il 3 marzo 1939. Ed ecco ciò che ne risulta:

il 3 marzo 1939, il consigliere Du Moulin, capo degli Affari vaticani al ministero degli Esteri del III Reich, innalza la scheda che segnala l'elezione del Papa nella veglia, e vi si legge: «Non gli si può rimproverare di avere cooperato alla politica di forza di Pio XI. Con tutte le sue energie egli si è opposto alla politica degli intransigenti e ha scelto il partito della comprensione e della riconciliazione»29. Ora, lo stesso giorno, in Francia, Le Populaire (giornale socialista) e L'Humanité (giornale comunista) si felicitavano dell'elezione di un Papa antifascista e antinazista30. Il consigliere Du Moulin aveva completamente dimenticato la campagna della stampa tedesca contro il Card. Pacelli, al tempo del suo viaggio in Francia nel 1937, e in particolare la celebre asserzione dell'Angriff, giornale di Goebbels: «Pio XI è ebreo per metà; Pacelli lo è completamente»31. Si sa, d'altra parte, che il vero autore dell'enciclica  Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937, che costituisce una condanna inesorabile del nazismo, è il Card. Pacelli, il futuro Pio XII, sebbene essa sia firmata da Pio XI. Quello che il consigliere Du Moulin aveva parimenti dimenticato, lo si sa grazie a Mons. Paganuzzi, strettissimo collaboratore di Pio XI e di Pio XII, il quale lo dichiarò al settimanale italiano Vita nei seguenti termini:

Nell'imminenza della pubblicazione della sua celebre condanna del nazismo, Pio XI ricevette in udienza privata, insieme con il Card. Pacelli, due Cardinali tedeschi: Faulhaber e un altro che non so più se fosse  Schultz, di Colonia, o Bertram, di Breslavia.

Il Papa diede loro da leggere il testo definitivo dell'enciclica, chiedendo loro pareri e commenti. I due Cardinali si felicitarono con il Papa  per la giusta denuncia degli errori nazisti e il rifiuto circostanziato di posizioni contrarie a tutti i principî morali e alla legge naturale e positiva, sottolineando che queste posizioni naziste erano responsabili dello stato precario delle relazioni tra la Chiesa e non soltanto il Reich, ma anche l'insieme del cattolicesimo tedesco.

L'anziano Papa fu manifestamente felice dei complimenti e dell'approvazione dei due Cardinali tedeschi. A un certo momento, indicando con un dito il Card. Pacelli, e dopo una pausa vòlta ad enfatizzare quello che stava per dire, dichiarò lentamente: «Ringraziate lui... ha fatto tutto lui... in questo periodo, è lui che fa tutto»32.

E la prova irrefutabile ne è stata fornita da La France catholique, che ha pubblicato33 la fotocopia di un frammento di una bozza di questa enciclica su cui compaiono non correzioni tipografiche, bensì correzioni d'autore dovute al Card. Pacelli.

[Legenda di un'immagine  non riprodotta qui: cliché tratto da La France catholique, 4 dicembre 1964; fac-simile di un frammento di una bozza dell'enciclica Mit brennender Sorge, corretta dalla mano del Card. Pacelli, il futuro Pio XII, allora Segretario di Stato di Pio XI: da qui si vede che si tratta non di correzioni tipografiche, bensì di correzioni d'autore, il che conferma la dichiarazione di Pio XI riferita dal Card. Paganuzzi.]

Infine, grazie al Reverendo Padre Leiber è noto quanto segue: dal momento che il III Reich aveva firmato con il Vaticano un Concordato, violato subito all'indomani della sua stipula e poi ancora innumerevoli volte, tutte le proteste del Vaticano contro queste ripetute violazioni34 sono dovute allo stesso Segretario di Stato Pacelli, il solo, d'altra parte, che, nella sua qualità di padre del diritto concordatario che egli aveva stabilito, fosse in grado di formularli. E per La Documentation catholique, che li riprende dagli Acta Apostolicae Sedis, è all'iniziativa di Pacelli che si deve la condanna, da parte della Suprema Congregazione del Sant'Uffizio, di libri come Il Mito del Ventesimo Secolo di Alfred Rosenberg35, La Chiesa nazionale tedesca di E. Bergmann36, relativo allo stesso tema che è il mito della  razza e del sangue, L'emigrazione degli Ebrei a Canaan, dell'abate Schmidtke, professore alla Facoltà di Teologia di Breslavia37, etc., e anche la condanna di decisioni del governo del Reich come la sterilizzazione delle persone afflitte da malattie ereditarie38 e la messa a morte (eutanasia) dei malati inguaribili, che costituiscono un grave peso per la società39. Il metodo consente a Saul Friedländer di passare tutto questo sotto silenzio e di presentarci un Pio XII che con la sua vera figura storica non ha in comune nulla più di quanto ne abbia quello di Rolf Hochhuth. Tale metodo gli permette perfino di scrivere: «Solo gli archivî vaticani potranno rivelare se i sermoni di Mons. Galen, vescovo di Münster, il quale nell'agosto del 1941 si erse pubblicamente contro la messa a morte dei malati mentali e obbligò Hitler a porre fine a questa azione, siano stati pronunciati in conformità a determinate istruzioni del Papa o dovuti soltanto all'iniziativa personale del Vescovo»40.

Questo prova che egli non ha nemmeno letto questi sermoni, che si riferiscono esplicitamente alla decisione della Suprema Congregazione del Sant'Uffizio del 2 dicembre 1940, la quale decisione riveste il valore di una «istruzione del Papa», e si dà il caso che sia senz'altro un'istruzione papale, poiché è stata presa sotto il suo pontificato.

Lo stesso metodo permette infine a Friedländer di pretendere che «si ricorderà senza dubbio che l'antico Nunzio a Monaco e a Berlino fu il fautore del Concordato fra la Santa Sede e il III Reich»41, senza nemmeno accorgersi di citare egli stesso un documento in cui è detto che «il Concordato con il Reich era stato il risultato di un desiderio espresso dalla Germania»42.

3. La limitazione della ricerca ai rapporti di un ambasciatore dà adito a osservazioni come la seguente: nello stesso tempo in cui Tittmann, della missione Roosevelt al Vaticano, si dichiara d'accordo con il Papa sulle risposte dategli sia riguardo alle sue rimostranze relative al suo Messaggio di Natale 1942, sia in particolare quando gli dice che questo messaggio «doveva trovare buona accoglienza da parte del popolo americano»43, ebbene, in questa medesima circostanza l'ambasciatore tedesco Bergen, rimasto nella sua sede in Vaticano fino al 4 luglio 1943, esprime al suo governo la propria soddisfazione per il fatto che questo stesso Papa non cede alle sollecitazioni degli Anglo-Sassoni nel senso di una condanna dei soli crimini nazisti. Insomma, stando ai rapporti giustapposti dei due ambasciatori, tutti quanti sarebbero dovuti essere contenti di questo Messaggio di Natale del 1942! Ora, si sa bene che la situazione era tutt'altro che questa: in realtà, tutti erano scontenti, i Tedeschi poiché era troppo preciso, ma il loro ambasciatore dimostrava loro che non era grave, ponendo l'accento sulla cordialità con la quale era ricevuto dal Papa o su «certe informazioni di fonti autorizzate che permettevano di affermare che egli era, in coscienza, dalla parte delle potenze dell'Asse»44; gli Americani perché questo Messaggio non era abbastanza preciso, ma il loro ambasciatore dichiarava loro che, tuttavia, era chiaro, il che lasciava intendere che indubbiamente si era sulla buona strada e che si sarebbe giunti alla fine.

Non bisogna fidarsi troppo dei rapporti degli ambasciatori. Tutti gli storici sanno che un ambasciatore è preoccupato specialmente di avvalorare la propria azione sul governo presso il quale è accreditato, e che la versione da lui fornita di un fatto relativo alla politica estera, come pure delle reazioni provocate da tale azione sul governo della sede in cui egli è stabilito, ha valore soltanto se confrontata con i resoconti delle altre ambasciate di quella sede a proposito dello stesso fatto e delle stesse reazioni, o con gli scambi di strumenti diplomatici che sono la conseguenza dell'azione dell'ambasciatore, se è coronata da successo. Nel caso di Bergen e del suo successore Weizsäcker, la loro missione è stata uno scacco totale, ed essi sono stati entrambi più inclini a porre l'accento sull'insuccesso degli ambasciatori alleati, spiegandolo con le simpatie del Papa per le potenze dell'Asse, simpatie che sarebbero sorte grazie alle loro persone e sarebbero state dovute alla loro azione.

Ma quale era la missione di un ambasciatore di Hitler presso la Santa Sede? Su questo punto siamo informati molto esattamente dal resoconto della conversazione che lo stesso Ribbentrop tenne in Vaticano, l'11 marzo 1940, con Pio XII e poi con il suo Segretario di Stato, Mons. Maglione:

«Il Führer – disse Ribbentrop – era del parere che una conciliazione fondamentale tra il nazional-socialismo e la Chiesa cattolica fosse di fatto possibile. Pertanto, non aveva alcun senso cercare di accomodare le relazioni tra l'uno e l'altra affrontando problemi separati di questo o di quell'ordine, o stabilendo accordi temporanei. Piuttosto, [lo Stato nazional-socialista e la Chiesa] sarebbero dovuti giungere, a un dato momento, ad una sistemazione generale e fondamentale delle loro relazioni, che avrebbe allora costituito veramente una base permanente di cooperazione armoniosa tra loro. [...] Inoltre si sarebbe dovuto tenere sempre presente che un accordo tra il nazional-socialismo e la Chiesa cattolica sarebbe dipeso da una condizione preliminare principale, che cioè il clero cattolico presente in Germania abbandonasse ogni genere di attività politica e si limitasse soltanto alla cura delle anime, l'unica attività che rientrasse nella competenza del clero. Il riconoscimento della necessità di questa separazione radicale non sembrava identificarsi ancora con il parere unanime del clero cattolico tedesco. [...] Il clero cattolico deve essere convinto dell'idea che con il nazional-socialismo è comparsa nel mondo una forma completamente nuova di vita politica e sociale»45.

È chiaro: si tratta della revisione di quel Concordato che lascia al clero tedesco un certo margine politico (in particolare con il suo articolo 31 sulle organizzazioni dei giovani) intollerabile per Hitler. Se si mostra d'accordo sui «fatti concreti, quali il ministro li ha menzionati», Pio XII non prosegue su questa linea di accordo, e «tenta di indirizzare la conversazione verso certi problemi specifici e certe lamentele della Curia», ma il ministro taglia corto, «sottolineando una volta di più la necessità di una sistemazione fondamentale e generale dell'insieme delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato».

La missione dell'ambasciatore Bergen e del suo successore era dunque quella di condurre Pio XII, se non a uno scambio di strumenti diplomatici il cui oggetto sarebbe stato una modifica del Concordato, almeno a una dichiarazione suscettibile di condurre il clero cattolico tedesco all'idea di una rinuncia all'esercizio della propria influenza politica e all'idea che con il nazional-socialismo era comparsa nel mondo una forma completamente nuova di vita politica e sociale. In piena guerra, era l'equivalente di una presa di posizione in favore delle potenze dell'Asse. Bergen non aveva avuto successo in questo; fu sostituito da Weizsäcker nel momento in cui il Führer e Ribbentrop si convinsero che non c'era più nessuna possibilità di successo.

Questo non impedì a Bergen di valorizzare fino al limite estremo il ruolo che aveva rivestito nelle sue funzioni: il giorno in cui fu incaricato di chiedere l'approvazione per il suo successore, scrisse al suo ministro una lettera nella quale descriveva lo smarrimento del Vaticano, dove egli era il solo, in ragione delle relazioni «intime che si erano create – era in carica presso il Vaticano fin dal 1920! –, a poter riuscire, e un simile cambiamento, in un tale momento, era impossibile»46.

Weizsäcker, il suo successore, non ebbe tempo di rendere questo scacco avvertibile agli occhi di Hitler.

D'altronde, occorre diffidare non solo dai resoconti degli ambasciatori, ma anche dallo stile diplomatico nel suo insieme, che è tipico non soltanto degli ambasciatori, ma pure degli stessi Capi di Stato. Un esempio: Pio XI, che viene opposto a Pio XII per il suo antinazismo di buona lega, accolse von Papen, al suo arrivo in Vaticano per la questione del Concordato, nei seguenti termini:

«Permettetemi di dirvi come sono soddisfatto di vedere, nella persona di Hitler, il governo tedesco presieduto da un uomo che ha assunto come programma la lotta accanita contro il comunismo e contro il nichilismo»47.

E Max Gallo48 cita di lui un numero abbastanza notevole di dichiarazioni della stessa natura riferite a Mussolini. Si tratta di frasi che non hanno altro valore se non quello di formule di cortesia, indubbiamente deprecabili, ma facenti parte delle buone maniere, come quelle delle padrone di casa quando ricevono i loro invitati49. Ciò non impedisce che tutta l'équipe del Vicario incensi la memoria di Pio XI e destini alle Scale Gemonie [4] quella di Pio XII, che non disse mai di più – e forse non disse mai nemmeno altrettanto – né a Hitler né a Mussolini, e tanto meno ai loro rappresentanti.

4. Infine, c'è lo stile che Saul Friedländer usa per presentare il suo dossier. Egli riconosce che è molto incompleto, ammette che i rapporti degli ambasciatori siano sospetti, che gli manchino alcuni elementi di valutazione, etc. Tuttavia, egli non ritiene che i documenti da lui citati siano per questo meno significativi se presi singolarmente, e, quanto al loro insieme, pensa che esso rappresenti comunque «un apporto importante» allo studio della questione, in quanto avrebbe «un valore storico innegabile  per la comprensione degli eventi»50.

Il suo collaboratore Alfred Grosser, nella sua postfazione, aggiunge una valorizzazione della «profonda simpatia [di Pio XII] per la Germania [...] che il regime nazista non ha alterato». Come se la Francia non fosse rimasta per Pio X «la figlia primogenita della Chiesa», malgrado il «piccolo padre Combes» [5] all'inizio di questo secolo. L'espressione «profonda simpatia per la Germania» e tante altre di senso affine sono presentate ogni volta in maniera tale che il lettore traduca «simpatia per il nazismo». Piccola prevaricazione.

L'attenzione è attirata specialmente sulla lettera che Pio XII indirizzò a Hitler per informarlo della sua elezione. Qui l'autore cita Mons. Giovanetti51: «Per la sua lunghezza – dice questo prelato –, come per i sentimenti che esprimeva, [tale lettera] era completamente diversa da tutte le altre lettere ufficiali spedite dal Vaticano alla stessa data». Il commento "suggerisce" una simpatia particolare per Hitler. Ma come avrebbe potuto questa lettera non essere «diversa dalle atre lettere ufficiali»? Con quale altro Stato il Vaticano aveva da regolare problemi così acuti come con la Germania? Ci si riferisca a Mons. Giovanetti e ci si rende conto che è il senso che occorre attribuire alla sua osservazione.

Una maniera di citare i testi: «Ci sono soltanto duemila cattolici in Norvegia; quindi, sebbene giudichi severamente l'aspetto morale [dell'invasione della Norvegia da parte delle truppe tedesche] dal punto di vista pratico, la Santa Sede deve pensare ai trenta milioni di cattolici tedeschi»52. Ci si riferisca all'abate Paul Duclos, in base al quale questo testo è citato come tratto dall'Osservatore Romano, e ci si rende conto che non è tratto di lì, ma che proviene da un altro autore, G.L. Jaray53, che lo cita senza menzionare la fonte. Ci si rende anche conto che, dopo avere qualificato il testo come «cinico», l'abate Paul Duclos aggiunge che, se è tratto dall'Osservatore Romano, questo testo non può essere altro che «l'opera di un sotto-redattore, sfuggita alla censura del giornale». Ma Saul Friedländer si è ben guardato dal citare integralmente.

Altra piccola prevaricazione. Si sa che il vescovo Galen, di Münster, aveva condannato l'eutanasia: ebbene, Saul Friedländer non sa «se si trattò di un'iniziativa personale [del vescovo stesso] o di un'obbedienza alle istruzioni del Papa»54, e si sa anche che, se egli non sa che ciò avvenne in conformità con le istruzioni del Papa, è perché non si è riferito ai testi, o che, nell'intento di insinuare, ha fatto come se non vi s