«Se andremo al governo cambieremo le regole d'ingaggio ai militari
in Libano». Così Silvio Berlusconi tenta di spegnere le polemiche
innescate dall'ex ministro della Difesa di Fi Antonio Martino convinto
che occorra «ridurre drasticamente i nostri militari in Libano». Fino a
ieri non se n'era mai parlato, ma alla fine la politica estera è
piombata in campagna elettorale.
L'ex ministro della Difesa, Antonio Martino, ha parlato di un
possibile disimpegno dell'Italia in Libano e un rinnovato sforzo in
Iraq in caso di vittoria del Pdl. «Occorrerebbe ridurre drasticamente o
cancellare la nostra presenza militare in Libano, aumentare
significativamente il numero dei nostri uomini in Afghanistan e inviare
istruttori militari in Iraq e Kosovo» ha detto l'esponente di Fi. Dura
la reazione del centro-sinistra e in particolare del Governo.
«Sono gravissime le affermazioni dell'ex ministro circa un prossimo
disimpegno dell'Italia da Beirut ed un suo ritorno in Iraq. Sono
affermazioni incomprensibili e drammatiche come messaggio politico», ha
detto da Bruxelles Romano Prodi. E il ministro degli Esteri, Massimo
D'Alema, ha aggiunto che in politica estera si sta assistendo a
«affermazioni sconcertanti» da parte della destra italiana che
interviene in modo «violento, strumentale e rischioso per l'immagine
del nostro Paese. È ridicolo che Martino voglia tornare in guerra
quando se ne vogliono andare anche gli Stati Uniti. È al di fuori dal
tempo», ha detto D'Alema al termine del vertice Ue. E Walter Veltroni
ha parlato di «conseguenze devastanti se lasciassimo il Libano». E al
coro si è aggiunto anche Pierferdinando Casini: «Parole da dilettanti
allo sbaraglio».
In serata è intervenuto il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, che
già la sera precedente, sollecitato all'ambasciata Usa sulle
dichiarazioni di Martino, aveva glissato dicendo di non conoscere la
situazione e quindi di non poter esprimere previsioni. Ieri invece,
vista la bufera scatenata dalle dichiarazioni di Martino, è dovuto
intervenire. Per ciò che riguarda l'Afghanistan «sono le Nazioni Unite
- ha detto - che chiedono ai paesi di aumentare il contingente
militare. Sul Libano abbiamo votato la missione ma non eravamo
d'accordo sulle regole d'ingaggio, che cambieremo, se avremo
responsabilità di governo. Sull'Iraq non pensiamo che vadano inviate
nuove truppe, ma istruttori militari». Anche qui arriva la replica di
D'Alema: «Le regole d'ingaggio le decide l'Onu non Berlusconi».
In ogni caso il Cavaliere ha voluto precisare che la presa di
posizione non impegna il Pdl: «Non ne ho parlato con Martino, lui ha
espresso una sua opinione personale, ma non è detto che non sia una
opinione che nelle discussioni che faremo insieme non possa trovare una
esecuzione». Anche Gianfranco Fini, indicato come uno dei candidati al
ministero degli Esteri in caso di vittoria del Pdl, ha frenato:
«Andarsene dal Libano sarebbe sbagliato», ha spiegato, sottolineando
comunque in merito alla posizione espressa da Martino che «aver posto
il problema della quantità di militari impegnati in Libano è un'altra
cosa. Anche perché abbiamo obblighi internazionali che debbono essere
assolti ma dobbiamo anche essere consapevoli che le nostre forze armate
hanno uomini e risorse limitate».
A chi gli chiedeva invece di un ritorno in Iraq, Fini si è limitato
a replicare che «non è chiesto nemmeno dai nostri alleati. C'è il
problema delle regole d'ingaggio delle nostre truppe nell'ambito della
missione afgana: è tutt'altra questione rispetto all'ipotesi di
impegnare nuovamente militari italiani in Iraq». In ogni caso
l'intervista rilasciata da Martino, ha provocato la convocazione da
parte del presidente del Parlmento libanese, lo sciita Nabih Berri,
dell'ambasciatore italiano, Gabriele Cecchia, per avere spiegazioni.
Infine da Bruxelles D'Alema è tornato anche a parlare dell'opportunità
di dialogare con Hamas definendo «sconsiderato» il dibattito che si sta
svolgendo a riguardo in Italia, con reazioni che D'Alema ritiene «del
tutto sconnesse e strumentali e tali da danneggiare l'immagine del
Paese».